Cosa vedere agli Uffizi: 10 opere da non perdere

Cosa vedere agli Uffizi: 10 opere da non perdere

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Gli Uffizi sono una tappa fondamentale per ogni prima visita a Firenze, soprattutto quelle di due o più giorni. Il palazzo, voluto da Cosimo I de’ Medici come sede degli uffici amministrativi e di giustizia del granducato toscano e affidato a Vasari, venne eretto a partire dal 1560. Non passò molto tempo prima che alla funzione governativa fosse affiancata anche l’esposizione della collezione d’arte della famiglia. 
Il primo allestimento come galleria museale si lega infatti al nome di Francesco I, granduca dal 1574 al 1587, e proseguì con numerose modifiche e arricchimenti per tutti i secoli successivi. Ancora oggi gli Uffizi sono in continua evoluzione, con ristrutturazioni e aperture di nuove aree che hanno il fine di valorizzare l’inestimabile patrimonio che conservano.  Per facilitare chi si appresta a visitare la galleria per la prima volta, abbiamo selezionato 10 opere tra le più significative e da non perdere. 

1. La Maestà di Ognissanti di Giotto

Realizzata tra il 1305 e il 1310 quando Giotto era già celebre e richiesto in tutta la penisola, la Maestà di Ognissanti (Madonna con Bambino e Angeli) è un compendio delle principali intuizioni e innovazioni dell’artista. La Vergine, imponente e maestosa, seduta su un trono dall’architettura gotica, tiene in grembo il Bambino che con la mano destra benedice lo spettatore, mentre con la sinistra stringe un cartiglio, simbolo di saggezza. 
Tutt’attorno si raccolgono i santi, alcuni dei quali recanti doni, e, ai piedi del trono, si inginocchiano due angeli che offrono vasi con rose e gigli, emblema di purezza e carità. 
La pala, realizzata con colori a tempera e fondo oro per la chiesa di Ognissanti a Firenze, testimonia l’abilità di Giotto nel dare corpo e spazio alle scene raffigurate.
Le vesti della Madonna ne disegnano la figura, mentre il trono finemente decorato crea l’illusione di uno spazio tridimensionale. Un’intenzione confermata anche dalle aureole dorate che si perdono sul fondo oltre i profili dei Santi, come a suggerire ulteriori file di beati che proseguono oltre lo sguardo dello spettatore. 
Da notare anche il volto di Maria, i suoi tratti naturali e umanizzati – così lontani dai precedenti bizantini – e la sua espressione: qui la Vergine pare accennare un timido sorriso, probabilmente il primo dell’arte italiana. 

Allievo di Cimabue, Giotto fu il primo a sperimentare in pittura un linguaggio più naturalistico e nulla più del confronto con il suo maestro può confermarlo. Nella stessa sala degli Uffizi, è conservata anche la Maestà di Santa Trinita di Cimabue: un’opera che – pur risentendo delle influenze giottesche – è ancora il risultato degli stilemi bizantini.

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Maestà di Santa Trinita, Cimabue

2. I Duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza di Piero della Francesca

A pochi passi dalle opere di Giotto e Cimabue, nella sala confinante, è esposto il doppio ritratto de’ I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza (1473-1475 ca.) di Piero della Francesca. Il pittore con ogni probabilità realizzò questo dittico durante un soggiorno alla corte marchigiana dei Montefeltro, rinnovando e rispettando allo stesso tempo la pratica ritrattistica quattrocentesca. 
I due coniugi sono infatti raffigurati di profilo, uno di fronte all’altro, quasi si stessero guardando negli occhi. Nonostante la dovizia di particolari (osserva, ad esempio, il dettaglio della veste, dell’acconciatura e della collana della duchessa) e la verosimiglianza dei volti, nessuna emozione traspare dalle loro espressioni. Sullo sfondo, il medesimo paesaggio li unisce visivamente e simbolicamente. 
Questo paesaggio è testimonianza dell’originalità dell’opera sia per l’uso della prospettiva lineare, tanto cara all’artista, sia per il naturalismo dettagliato.
Sul retro, una scena di trionfo e alcune iscrizioni latine celebrano le virtù della coppia.

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I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza, Piero della Francesca

3. La Primavera di Botticelli

Amore, pace e rinascita sono le metafore di questa tela che dal 1480 incanta intere generazioni di spettatori: la Primavera di Sandro Botticelli (207 x 319 cm) è, insieme alla sua opera sorella, la Nascita di Venere, uno dei capolavori assoluti del primo Rinascimento
Nel giardino, si accostano a Venere figure del mito classico: Zefiro, il dio del vento, abbraccia e con un soffio feconda la ninfa Clori, mentre Flora, dea della primavera, sparge fiori avanzando a piedi nudi sul prato.
Leggermente in secondo piano ma protagonista è Venere, divinità della bellezza, sopra la quale vola bendato Cupido, dio dell’amore, nell’atto di scoccare una freccia. Accanto a lei, le tre Grazie danzano scalze e leggiadre, mentre Mercurio alza il suo caduceo verso il cielo, per dissipare una nuvola.  I corpi leggeri si stagliano sullo sfondo quasi senza peso. La vegetazione, di colore scuro, prende vita grazie alle almeno 138 specie di piante tipiche delle colline fiorentine dell’epoca, che Botticelli inserì magistralmente forse ispirandosi al giardino della Villa medicea di Careggi. Probabilmente non riusciremo mai a cogliere il significato profondo e allegorico di quest’opera, ma la sua eleganza, il suo splendore, insieme alla finezza della composizione, la rendono decisamente indimenticabile.

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La Primavera, Botticelli

4. La Nascita di Venere di Botticelli

Nella stessa sala della Primavera, è esposta anche la Nascita di Venere (1485 ca.). Impossibile dunque non notarla, anche per le sue dimensioni. Il dipinto, realizzato a tempera su una tela di 172,5 x 278,5 cm, raffigura la dea della bellezza, Venere, in piedi sulla valva di una conchiglia sospinta dal mare verso la riva. 
La dea è nuda e assume la posa della cosiddetta Venere pudica, coprendosi i seni e il pube con i lunghi capelli biondi, mossi dal vento. Zefiro infatti soffia da sinistra calando dal cielo, abbracciato ad Aura, divinità dell’aria. A destra, una figura femminile – probabilmente una delle Grazie o l’Ora della primavera – accoglie Venere porgendole un mantello fiorito. A differenza della Primavera, lo sfondo si apre a una vista infinita, non siamo più nel folto della foresta ma sulla costa, immersi in una luce quasi divina.
Ancora una volta Botticelli ci incanta con la delicatezza del suo tocco, la bellezza delle forme e fa della sua Venere un’icona che supererà tutti i confini per entrare in molteplici (e a volte discutibili) modi nel nostro patrimonio culturale e nelle nostre vite.

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La Nascita di Venere, Botticelli

5. L’Annunciazione di Leonardo da Vinci

Se deciderai di seguire il percorso di visita proposto dalla Galleria degli Uffizi, questa è l’ultima opera che ti consigliamo di vedere prima di procedere verso lo scalone Buontalenti. L’Annunciazione (1472) è uno dei capolavori giovanili di Leonardo da Vinci che, all’epoca, lavorava ancora dal maestro Andrea Verrocchio.   
Del maestro, autore del  Battesimo di Cristo qui esposto, si ritrovano tracce nella struttura del leggio, che ricorda quello scolpito da Verrocchio nella tomba medicea di Piero il Gottoso a Firenze. 
La Vergine, sorpresa a leggere in un’insolita ambientazione all’aperto, saluta l’Arcangelo Gabriele sollevando la mano sinistra, mentre con la destra ferma le pagine del libro. L’Angelo, a sua volta, ricambia il gesto e porta in dono dei gigli, simbolo di purezza. 
La matericità dei corpi, la loro presenza nello spazio sono evidenti: ben descritte dal panneggio pesante, sapientemente scolpito dalla luce, e dalle ombre proiettate sul prato e sulla parete. 
Dietro di loro, un paesaggio montano, articolato secondo un punto di fuga centrale, rivela in nuce alcune intuizioni che segneranno la produzione leonardesca successiva. 
È infine curioso notare il braccio della Vergine, apparentemente troppo lungo. Questo trova giustificazione nel punto di osservazione previsto per il dipinto: dal basso verso l’alto e in posizione leggermente decentrata verso destra. Guardandolo da qui, l’occhio dello spettatore avrebbe infatti corretto la distorsione ridando alla figura le giuste proporzioni. 

6. La Madonna del Cardellino di Raffaello Sanzio

L’influenza di Leonardo è riscontrabile nella Madonna col Bambino e San Giovannino detta Madonna del Cardellino (1506 ca.) di Raffaello Sanzio. Realizzato durante il suo soggiorno fiorentino, quest’olio su tela richiama infatti la composizione piramidale che già Leonardo aveva adottato nel cartone preparatorio della Madonna col Bambino e Sant’Anna esposto in Santissima Annunziata (oggi andato perduto). L’uso dello sfumato, tecnica che rendeva più morbidi i contorni delle figure ingentilendo il tratto pittorico e la resa finale, è anch’esso un debito leonardesco. 
La Vergine di Raffaello è seduta all’aperto, intenta a osservare il gioco degli infanti San Giovannino e di Gesù Bambino, mentre con la mano sinistra regge un libro. 
La posa, che riprende quella della Madonna di Bruges scolpita nei primi anni del Cinquecento da Michelangelo, conferisce alla scena una tenerezza e una spontaneità uniche, esaltate dalla grazia tipica delle figure di Raffaello. 
Verità e bellezza ideale si intrecciano in questo dipinto la cui sorte, possiamo dirlo, fu davvero fortunata: commissionato per le nozze di Lorenzo Nasi, venne infatti travolto dal crollo della sua abitazione e ridotto in 17 frammenti. Ricomposto e restaurato, nei secoli successivi entrò a far parte delle collezioni medicee e, da qui, agli Uffizi.

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Madonna del Cardellino, Raffello

7. Il Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti

Agnolo Doni e sua moglie Maddalena Strozzi furono i committenti dell’opera oggi chiamata Tondo Doni (1505 – 1506), unico dipinto su tavola di Michelangelo Buonarroti a noi noto e pervenuto. 
La qualità scultorea di Michelangelo si rivela qui nella solidità plastica, quasi tridimensionale, dei corpi. Maria, seduta per terra con le gambe raccolte, in una torsione del busto che le scopre le braccia muscolose, accoglie il Figlio, che le viene passato alle spalle da San Giuseppe. Gesù Bambino appare altrettanto forte e definito mentre posa un piede sulla spalla della Vergine, in un movimento inedito e originale.  
La Sacra Famiglia occupa, con il suo volume, quasi tutto lo spazio di questo Tondo, dal significato ancora non del tutto svelato. In secondo piano si trovano infatti un giovanissimo San Giovanni e, ancora oltre, cinque figure nude, di incerta interpretazione. 
Il formato circolare era frequente nel Rinascimento, specialmente per le opere celebrative di uso domestico, in occasione di eventi come nozze o la nascita del primogenito.Qualunque fosse la sua funzione originale, il Tondo Doni è ancora oggi un’opera carismatica, le cui le cromie metalliche (con pennellate argentee anche nella veste rosata di Maria) esaltano l’aspetto  pulsante, vivo, dei corpi.

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Tondo Doni, Michelangelo

8. La Venere di Urbino di Tiziano Vecellio

Vivo e sensualissimo appare anche il corpo della Venere di Urbino (1538), di Tiziano Vecellio. Collocata al primo piano del museo, la Venere venne così chiamata per via del suo primo proprietario, Guidobaldo II della Rovere duca di Urbino e arrivò a Firenze insieme all’eredità di Vittoria della Rovere, moglie di Ferdinando II de’ Medici. 
La tela raffigura una giovane donna distesa su un letto disfatto con cuscini rigonfi e lenzuola candide e stropicciate. Venere è nuda e guarda lo spettatore con posa ambigua, oscillante tra pudicizia e invito: nella mano destra, un tenero mazzo di rose – simbolo di amore – mentre con la sinistra si copre pudicamente il pube.
Alle sue spalle, sullo sfondo, in un tipico interno aristocratico veneziano, due ancelle indaffarate sistemano le vesti destinate alla dea, rovistando dentro un cassone istoriato, tipico mobile cinquecentesco. Ai piedi della fanciulla, un cagnolino dormiente, probabile emblema della costanza e della fedeltà.

Nella Venere di Urbino, lo stile squisitamente veneziano di Tiziano è particolarmente manifesto, un linguaggio fatto prima di tutto di colore. Quello dell’incarnato della giovane, pieno, liscio, in contrasto con il bianco pallido delle lenzuola sgualcite. E ancora il rosso pieno, profondo, dei cuscini in primo piano richiamato dalla gonna della domestica nello sfondo; o infine il verde del pesante tendaggio che divide i due ambienti, cui fa eco la chioma del mirto poggiato sul davanzale. 
Seducente ed enigmatico, questo dipinto è a buon diritto una delle opere più note del pittore cadorino.

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Venere di Urbino, Tiziano

9. Giuditta decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi 

Proprio la seduzione è l’arma, metaforica, adoperata da Giuditta nell’episodio biblico che racconta l’uccisione, per sua mano, del generale assiro Oloferne. Stremata dall’assedio imposto al popolo israeliano, Giuditta si introduce nella tenda del nemico. Dopo aver mangiato e bevuto, Oloferne, ubriaco, cede al sonno ed è allora che Giuditta approfitta di un’altra arma, questa volta reale e letale: la sua scimitarra con la quale gli taglia la testa. 
L’episodio immortalato nella Giuditta decapita Oloferne (1620) da Artemisia Gentileschi, suggella l’irrefrenabile talento di un’artista donna che seppe superare, indomita, pregiudizi sociali e violenze private pur di continuare a dipingere. 

Siamo di fronte a uno dei punti più alti di tutta la sua carriera: Giuditta nell’atto di decapitare Oloferne appare decisa, energica e il suo corpo esprime tutto lo sforzo e la potenza fisica che un’impresa simile richiede. Oloferne si agita, alzando il braccio verso l’ancella che lo trattiene, mentre dal collo ferito sgorgano copiosi fiotti di sangue. La scena è dominata da una luce proveniente da un punto indefinito: le figure, emergenti dal fondo scuro, assumono così quella stessa carica emotiva che Artemisia aveva osservato nelle opere di un altro artista a lei caro, Michelangelo Merisi, detto Caravaggio.

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Giuditta decapita Oloferne, Artemisia Gentileschi

10. La Medusa di Caravaggio

La bellezza può assumere molte forme, compresa quella conturbante e orrorifica della morte. E di bellezza, infatti, dobbiamo parlare per riferirci alla Medusa (1598 ca.) di Caravaggio, ritratto del terrore vissuto e imposto dal mostro mitologico. 
Ultimo dei 10 capolavori che ti consigliamo di vedere agli Uffizi, questo scudo venne commissionato a Caravaggio dal cardinale Francesco Maria Del Monte, come dono per il granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici. 
Il soggetto è, nella resa caravaggesca, davvero spaventoso: la testa di Medusa appare appena decapitata e sanguinante, ferma nell’atto di urlare. La bocca spalancata con i denti in vista, gli occhi sgranati, la fronte corrucciata, le serpi che si agitano, tutto partecipa allo sgomento della sua sorte. Colei che era in grado di pietrificare con lo sguardo è stata privata del suo potere; da senziente ad arma mortifera. 
Consapevolezza che traspare nell’espressione dipinta da Caravaggio, che al volto del mito dà, paradossalmente, una dimensione umana, terrena, reale, così come farà nei temi religiosi. Proprio questa caratteristica, questo suo estremo naturalismo, sarà oggetto di apprezzamento ma anche di critica da parte dei suoi contemporanei. 

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Medusa, Caravaggio

Visitare gli Uffizi significa compiere un viaggio, intellettuale ed emotivo oltre che fisico, nella storia dell’arte dal Medioevo, al Novecento, ai giorni nostri, con un lungo soggiorno nel Rinascimento. Gli strumenti migliori per chi visita il museo per la prima volta sono senz’altro qualche coordinata storica, che abbiamo appena cercato di offrire, e molta curiosità. Pianifica la tua visita e acquista con anticipo i tuoi biglietti per gli Uffizi su BeCulture. 

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