Il Tondo Doni di Michelangelo: storia e approfondimenti di un dipinto rivoluzionario

Il Tondo Doni di Michelangelo: storia e approfondimenti di un dipinto rivoluzionario

tondo doni michelangelo
tondo doni michelangelo

Opera senza pari, il Tondo Doni di Michelangelo rappresenta un unicum non solo nella storia dell’arte, ma anche all’interno della produzione dell’artista. Il dipinto, che già era un’eccezione nell’esperienza fiorentina del Buonarroti, è infatti l’unico su supporto mobile portato a compimento e unanimemente riconosciuto come suo dalla critica. 
Ma è anche, per citare le parole del celebre storico dell’arte Federico Zeri, una “assoluta novità iconografica, sintesi delle diverse forme d’arte cui si dedicò Michelangelo. Grande pittore, eccellente scultore e sommo architetto, il Buonarroti ottiene in questa sola opera ciò che altri artisti raggiungeranno in decenni di lavoro e anticipa, con straordinaria precocità, lo stile degli affreschi della volta della Cappella Sistina”. 
Vediamo allora cosa rappresenta questa “gemma suprema degli Uffizi di Firenze”.

Iconografia e interpretazione oltre il soggetto

Il Tondo Doni rappresenta la Sacra Famiglia: la Vergine, in primo piano, siede per terra, secondo il motivo iconografico trecentesco della Madonna dell’Umiltà. Alle sue spalle, un corpulento san Giuseppe le porge (o riceve, l’interpretazione del gesto è incerta) il Bambino. In secondo piano, oltre un basso muretto, san Giovannino con la croce di ramoscello guarda estasiato il gruppo, mentre alle loro spalle cinque uomini nudi occupano lo sfondo: due sul lato sinistro, in atteggiamento contemplativo, e tre a destra, più corrucciati e dinamici. 
Di per sé il soggetto non avrebbe bisogno di spiegazioni, ma la presenza dei cosiddetti Ignudi ha dato adito a diverse letture critiche. La più accreditata è che Michelangelo abbia voluto raffigurare lo sviluppo dell’umanità dall’antichità pagana alla cristianità. I giovani nudi sarebbero dunque simbolo del periodo ante legem, prima della consegna del Decalogo; Maria e Giuseppe rientrano invece nel mondo sub lege, quello delle Leggi di Mosé e del Vecchio Testamento, mentre il Bambino rappresenta il mondo sub gratia, illuminato dalla Grazia Divina. Un muro separa i due mondi: san Giovannino è al di là ma volge lo sguardo verso la verità, fungendo da tramite per la salvezza degli uomini. 

Michelangelo si sentiva più scultore che pittore e qui dà prova della fusione perfetta di entrambe le arti. I corpi sono possenti, voluminosi, solidi, sembrano quasi modellati sotto i panneggi scultorei. Questa è la prima volta che la Vergine mostra braccia nude così muscolose, quasi mascoline, avvitandosi in un movimento inedito e – da allora in poi – iconico. È da qui che trae origine la figura serpentinata, tanto cara al Manierismo

deposizione jacopo pontormo firenze
Deposizione, Jacopo Pontormo

Altra novità introdotta dal Buonarroti: i colori. Accesi, lucidi, acidi, quasi squillanti e magnetici, in netto contrasto con la cromia e l’atmosfera rarefatta dello sfondo. Tonalità che ispireranno molti artisti, a cominciare da Pontormo (si veda ad esempio la sua Deposizione del 1526-27, in Santa Felicita a Firenze) e Rosso Fiorentino (basta guardare il suo Mosè difende le figlie di Jetro, del 1523, agli Uffizi). 

mosè difende le figlie di jetro rosso fiorentino
Mosè difende le figlie di Jetro, Rosso Fiorentino

La committenza e la questione della datazione

Il Tondo Doni prende il nome dal formato circolare della tavola, diffuso nell’ambiente rinascimentale toscano, e dal suo proprietario. Sappiamo che fu Agnolo Doni, ricco mercante di stoffe fiorentino, a commissionare l’opera a Michelangelo. E sappiamo anche che, a causa della sua tirchieria, finì per pagarla esattamente il doppio di quanto richiesto inizialmente dall’artista. L’episodio è raccontato da Vasari nel capitolo delle sue Vite dedicato al Buonarroti. L’architetto biografo rivela come, nel tentativo di abbassare il prezzo, il Doni suscitò l’irritazione del pittore (noto per il suo carattere fumantino) che, per ripicca, lo raddoppiò. Così, invece che solo 70 ducati, Agnolo Doni ne pagò 140! 

Ma in quale occasione venne prodotta la tavola?
A lungo si è pensato che si trattasse di un dipinto realizzato nel 1506 per celebrare il matrimonio tra il mercante e l’aristocratica Maddalena Strozzi, avvenuto due anni prima, nel gennaio 1504, a Firenze. Il ritardo tra l’evento e la consegna dell’opera non era cosa insolita per l’epoca e anche Raffaello aveva ritratto i coniugi Doni nello stesso periodo. 
Questa datazione del Tondo deriva, in particolare, da due considerazioni.
La prima, è la presenza sulla cornice lignea dello stemma degli Strozzi (tre mezze lune, in alto a sinistra), circondato da quattro teste leonine, probabile riferimento a quello dei Doni (il leone rampante): un’allusione all’unione delle due famiglie.
La seconda considerazione riguarda invece l’analogia tra il Tondo Doni e la Deposizione Baglioni (o Deposizione Borghese, oggi alla Galleria Borghese di Roma) terminata da Raffaello nel 1507. Secondo questa ipotesi, la posizione della Vergine di Michelangelo avrebbe ispirato quella – si immagina successiva – della giovane ritorta che sorregge Maria nel dipinto dell’Urbinate.
Il 1504 e il 1506 sarebbero dunque i confini cronologici della tavola di Michelangelo. 
Tuttavia, aspetti stilistici e contenuto suggeriscono una datazione diversa, leggermente posteriore. 

deposizione baglioni raffaello
Deposizione Baglioni, Raffaello

Oltre alle cromie e al trattamento dei corpi che anticipano gli esiti della Cappella Sistina, iniziata da Michelangelo nel 1508, c’è un altro elemento che lascia presupporre un’esecuzione successiva. La critica ha notato infatti come tutti gli Ignudi dello sfondo abbiano un debito con la scultura ellenistica. 
Partiamo dai due di sinistra: non è difficile individuare una certa somiglianza con modelli classici come l’Apollo seduto degli Uffizi o l’Apollo del Belvedere di Roma. A destra si possono riconoscere invece figure simili all’Ercole Farnese e, soprattutto, al Laocoonte. L’uomo seduto che strappa il panno agli altri due torcendo il busto e nascondendo del tutto il braccio destro sembra citare perfettamente la posa del gruppo scoperto a Roma nel 1506. Michelangelo fu quasi certamente tra i primi che lo videro, inviato da papa Giulio II per sondarne la qualità. 
Ma, se così fosse, non è possibile datare il Tondo Doni prima di questo avvenimento. Al contrario, bisogna immaginare che sia stato realizzato almeno a partire dal 1506.  

Come si concilia questa teoria con il soggetto e la vita dei committenti? Con la nascita della primogenita, avvenuta nel settembre del 1507: Maria, come la Vergine protagonista assoluta dell’opera di Michelangelo. Opera che, infatti, i contemporanei chiamano spesso con l’appellativo di “Nostra Donna”, a conferma del ruolo di primo piano della Madonna.
La tavola circolare, che abbiamo detto essere apprezzata nell’ambiente fiorentino, veniva usata per il desco del parto, un vassoio dipinto con temi inerenti la nascita di Cristo, offerto alle partorienti. D’altra parte, nel gesto di Giuseppe che porge il Bambino a Maria, è possibile leggere anche l’allegoria della paternità e il prolungamento della propria stirpe: una scelta in linea con il lieto evento.

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La cornice: un’opera per nulla marginale

Come la data del dipinto, anche la cornice – che oggi sappiamo essere originale – è stata oggetto di studi e supposizioni da parte della critica. 
Il primo documento che attesta la presenza della cornice del Tondo Doni è un inventario manoscritto della Tribuna degli Uffizi che la descrive così: “adornamento tondo largo tutto intagliato e dorato con cinque teste di rilievo che erano di detto ornamento alto”. 
Nel 1780, durante il riordinamento della Galleria, viene separata dalla Sacra Famiglia e trasferita alla Guardaroba. Il Tondo Doni viene quindi abbinato a una cornice moderna, sempre dorata e con intagli, ma di forma quadrata. Bisogna aspettare i primi anni del XX secolo perché si ricomponga l’assetto originale, aprendo la strada alle ipotesi circa l’autore della cornice. 

Opera d’arte essa stessa, è oggi attribuita all’intagliatore Francesco del Tasso, ma c’è chi sostiene che furono almeno due le mani esecutive: una dedicata ai decori a grottesca, con mascheroni, grifi, elementi vegetali; e un’altra invece alle cinque teste che si protendono dai clipei. 
È inoltre difficile pensare che dietro a una cornice così composita e ricca non ci fosse la mente del Buonarroti, come peraltro alcuni suoi disegni conservati al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi e al British Museum di Londra lasciano supporre. 
Chi siano i volti raffigurati, oltre al Cristo in alto, non lo sappiamo con certezza, ma un’interpretazione diffusa è che si tratti di due angeli (in basso) e di due profeti (in alto), probabilmente Isaia e Michea: gli unici due che, nell’Antico Testamento, profetizzano l’arrivo del Messia. 

Anche in quello che a noi oggi potrebbe sembrare un elemento secondario, come la cornice, si nasconde dunque un preciso programma iconografico: ulteriore testimonianza – se mai ce ne fosse ancora bisogno – del genio di Michelangelo che non conosce confini.

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