Stupefacenti, rocamboleschi, studiati nei minimi dettagli o sorprendentemente semplici: i furti di opere d’arte sono tanto numerosi quanto vari. Crimini vili e riprovevoli, che sottraggono risorse e depauperano la storia in nome di interessi privati, generano da sempre un’innegabile curiosità nel grande pubblico. Sarà per l’ingegno, lo spirito avventuroso e l’aura di eccezionalità. Come dimostrano i recenti episodi di Parigi – con il Louvre derubato dei gioielli della Corona e di Napoleone – e della Rocca Magnani di Parma – depredata di un Renoir, un Cézanne e un Matisse – i ladri hanno sempre trovato (e continuano a trovare) modi abili e insospettabili per mettere le mani sul patrimonio altrui. A volte le indagini vanno a buon fine e si recupera la refurtiva, mentre alcuni casi restano tuttora irrisolti.
Il furto della Gioconda: un caso di patriottismo mal riposto
È una domenica di Agosto del 1911 e la Gioconda di Leonardo da Vinci (1503-1519) è esposta in una delle sale del Louvre, il più celebre museo di Francia. Vincenzo Peruggia, un imbianchino italiano di trent’anni emigrato a Parigi, dove lavorava per il museo, si nasconde con altri due compari in uno sgabuzzino e lì rimane fino al giorno dopo. Lunedì, durante la chiusura, esce dal nascondiglio indossando il camice da lavoro e, indisturbato, stacca la tavola dalla parete aiutato dai suoi complici, se la infila sotto la divisa (sono solo 77 x 54 cm), esce da una porta laterale e torna a casa in autobus. Nei due anni successivi, la polizia indaga alacremente, arrivando a interrogare persino il poeta Guillaume Apollinaire e l’artista Pablo Picasso, sospettati del furto e subito rilasciati. In realtà, il dipinto non ha mai lasciato la casa di Peruggia, conservato sotto il letto o – secondo alcuni – appeso in cucina. Almeno fino a quando, nel 1913, il ladro non decide di recarsi a Firenze per venderlo a un presunto acquirente e qui viene arrestato. Le sue motivazioni? Restituire l’opera all’Italia, alla quale a suo parere apparteneva di diritto. Una versione purtroppo fallace, dato che la Gioconda era stata venduta da Leonardo all’allora re di Francia, Francesco I, senza quindi estorsioni o sottrazioni indebite. Peruggia, ottenuta l’infermità mentale, sconta una pena di pochi mesi e nel 1914 è di nuovo libero: muore di infarto a quarantaquattro anni dopo aver combattuto la Grande Guerra per la Francia. Nel frattempo, la storia del furto e del suo ritrovamento amplifica la fama del dipinto che, da allora, diviene l’opera iconica che ogni anno muove folle di ammiratori da tutto il mondo.

Un dettaglio aggiunge però una nota sinistra a questa vicenda apparentemente lineare. Secondo alcune ricostruzioni, Peruggia non aveva agito per conto proprio ma su commissione. Il mandante sarebbe stato un certo Eduardo da Valfierno, detto “Marqués”, un argentino che commerciava opere d’arte, autentiche o false. Ancora prima del furto, il Marqués avrebbe promesso la Monna Lisa a diversi collezionisti statunitensi. Dopo la notizia, si sarebbe quindi procurato delle copie che avrebbe venduto come originali a tutti i suoi clienti in cambio di somme da capogiro, e senza mai più ricontattare il suo sprovveduto esecutore. Così, dopo due anni di attesa e senza aver visto un soldo, Peruggia si era deciso a disfarsi del ritratto a modo suo e – per nostra fortuna! – dilettantesco.

Il Caravaggio perduto: una ferita ancora aperta
Certo non dilettanti sono invece gli autori di uno dei più clamorosi furti di tutti i tempi, quello della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Sono passati cinquantasette anni dalla notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, quando l’imponente capolavoro è stato sottratto dall’oratorio di San Lorenzo, a Palermo, senza che nessuno se ne accorgesse. Non c’erano allora – e mancano ancora oggi in molte chiese – sistemi di protezione o sorveglianza, né è stato finora possibile ricostruire con certezza l’accaduto. Anzi: le versioni si sono moltiplicate nel tempo. Pare che a compiere l’infame gesto siano stati sette uomini i quali, dopo aver tagliato la tela, l’hanno avvolta in un tappeto trovato sul luogo e fatta sparire. Del dipinto si sono completamente perse le tracce. Come in ogni storia di mistero, non mancano false piste e ipotesi fantasiose: si parla di un furto commissionato dalla mafia, che lo avrebbe esposto durante alcuni dei suoi incontri. Altri affermano che sia stato danneggiato e distrutto; divenuto cibo per topi e maiali; spedito in Svizzera; interrato insieme a una partita di droga; usato dal boss di mafia Totò Riina come scendiletto; smembrato in varie parti; e infine impiegato come merce di scambio per ottenere favori carcerari o addirittura nella cosiddetta trattativa Stato-mafia. Ma nulla è provato e il caso rimane tuttora aperto e avvolto nel mistero. Oggi – grazie alla copia in alta risoluzione collocata al suo posto – possiamo avere solo un’idea approssimativa di come doveva apparire l’immensa tela caravaggesca (268 x 197 cm) nel bell’oratorio palermitano.
Un’ultima curiosità. All’epoca del furto, si sapeva ancora poco delle circostanze che avevano portato il Caravaggio a realizzare il dipinto. Solo due anni dopo quel fatidico 1969, il ritrovamento fortuito di un contratto ne ha permesso la ricostruzione: ora sappiamo che è stato commissionato dal mercante Fabio Nuti e terminato nel 1600.

La Saliera di Cellini, un colpo (quasi) da maestro
È alta meno di 30 cm ma vale almeno 60 milioni di dollari: è la celebre Saliera di Benvenuto Cellini, oggetto rarissimo in oro, ebano, avorio e smalto che ha corso il rischio di restare vittima di un oscuro destino. Nel 1540 lo scultore fiorentino realizza, per Francesco I di Francia, la Saliera – una raffinata composizione dominata dalle figure di Nettuno e Cerere – che poi giunge in casa Asburgo per una serie di passaggi dinastici e doni. Oggi si trova (nuovamente) esposta a Vienna, al Kunsthistorische Museum dal quale era stata sottratta nel 2003. A mettere a segno il colpo, Robert Mang, imprenditore austriaco esperto di sistemi di allarme. Secondo le ricostruzioni, avrebbe deciso di rubare l’opera dopo aver fatto una visita guidata ed essersi reso conto della vulnerabilità del museo. Qualche giorno dopo, approfittando di un’impalcatura montata sulla facciata dell’edificio, si intrufola da una finestra, spacca la vetrina e ruba la Saliera, incurante dell’allarme che suona. Incurante come l’inserviente di turno che, da prassi, avrebbe dovuto accendere le luci e correre sul posto ma che, pensando a un falso allarme, si limita a spegnerlo senza accorgersi di nulla. E così Mang riesce a scappare dalla stessa via da cui è entrato e trattiene con sé il pregiatissimo oggetto per quasi tre anni. Durante questo periodo cerca più volte di liberarsene in cambio di un riscatto (la richiesta arriva a 12 milioni) senza successo e anche l’ultimo tentativo gli va male.

Deciso a restituire l’oggetto su pagamento, si mette in contatto con la polizia per definire modi e luogo di consegna. Le comunicazioni durano svariate settimane (Mang fa persino trovare il tridente di Nettuno in un parco per dare prova della sua credibilità) e, per tutto il tempo, usa cellulari usa-e-getta non tracciabili, che si è procurato già da diversi mesi. Poi all’ultimo momento – insospettito dalla presenza imprevista di una volante sul luogo dello scambio – in un moto di rabbia decide di mandare a monte l’operazione. Per farlo, ricorre a un telefono acquistato in un negozio che, a sua insaputa, aveva le telecamere di sorveglianza interne attive. La polizia risale immediatamente all’acquisto e alle immagini e diffonde la fotografia di Mang su tutti i mezzi di comunicazione. È così che poche ore dopo, l’uomo si consegna agli agenti che risalgono al nascondiglio e recuperano la Saliera, oggi di nuovo al suo posto.

Il “furto del secolo”, ben 5 capolavori rubati e mai più ritrovati
Non stati mai più rintracciati invece i cinque dipinti sottratti al Museo d’Arte Moderna di Parigi in quello che è stato definito da molti “il furto del secolo”. A compierlo, Vjeran Tomic, un ladro “in carriera”. Senz’altro un professionista consumato, dotato di esperienza e grandi abilità fisiche, tanto da essere soprannominato Spiderman. Gli bastano pochi e semplici attrezzi – un paio di ventose e delle pinze – per mettere a segno un furto perfetto, che gli è stato attribuito solo grazie a una soffiata. Ma andiamo con ordine. È una notte primaverile del 2010 e Vjeran Tomic carica sulla sua Renault, parcheggiata a pochi metri dal museo, cinque dipinti di fama mondiale, tutti privati delle cornici: la Natura morta con candelabro di Léger (1922), la Donna con ventaglio di Modigliani (1919), Il piccione a pois di Picasso (1911), Albero di ulivo vicino all’Estaque di Braque (1906) e La pastorale di Matisse (1906). Non è la prima volta che ruba opere d’arte, anzi: già da qualche tempo si intrufola nelle case dei ricchi parigini per svaligiarle di quadri e oggetti di valore. Grande estimatore di Renoir, ama l’arte ed è capace di impossessarsene senza lasciare tracce, spesso recandosi più volte sul luogo del furto per studiare meglio la logistica (tra le sue vittime anche il designer Philippe Starck che lo ha paragonato al famoso ladro gentiluomo Arsenio Lupin). Agile e allenato, Tomic riesce spesso a farla franca svignandosela tra i tetti della città, tra acrobazie e trucchi di parkour, disciplina che pratica fin da ragazzino.





Anche al Museo arriva preparato. Secondo quanto da lui stesso raccontato a un giornalista del New Yorker in un fitto carteggio dal carcere, l’idea gli era venuta durante una passeggiata vicino al museo. Osservando le finestre, Vjeran si rende conto che sono simili a quelle di una casa dove è già entrato tempo prima e che forzarle non sarebbe affatto complicato. Si procura quindi un biglietto come visitatore e capisce che i sistemi di allarme sono inattivi. Ora gli manca solo il compratore. Lo trova in Jean Michel Corvez, imprenditore amante dell’arte, con il quale ha già fatto affari in passato. Questi gli commissiona il furto del Léger ma, una volta dentro, Tomic non resiste alla tentazione di prelevare anche gli altri quattro, scelti a suo gusto (tra le opere di maggior prestigio di tutta la collezione!).
L’indomani la scoperta del terribile furto fa il giro del mondo, ma il giallo sembra impossibile da risolvere. Almeno fino a una chiamata anonima avvenuta circa un anno dopo. Qualcuno avverte la polizia che i quadri li ha Tomic, il quale – interrogato – fa il nome di Cortez, che a sua volta chiama in causa un terzo uomo: Yonathan Birn, un orologiaio esperto di storia dell’arte al quale Cortez li avrebbe consegnati. Nessuno dei tre è però più in possesso dei dipinti che, secondo la versione ufficiale, sarebbero stati distrutti da Birn in un, fatale, attacco di panico. La verità, probabilmente, rimarrà un mistero.
Il peggior crimine d’arte degli Stati Uniti: 13 opere sparite nel nulla
Sono ancora in corso, dopo ben trentasei anni, le indagini per trovare i colpevoli del furto d’arte più eclatante di tutta la storia degli Stati Uniti. Tredici opere in tutto, tra dipinti e altri oggetti, sottratti nelle prime ore del 18 marzo 1990 dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. Tra loro anche capolavori di Rembrandt e Vermeer, cinque Degas, un Manet, un antico recipiente da cerimonia cinese e un pinnacolo bronzeo a forma di aquila, che allora erano disposti tra il primo e il secondo piano del museo. A prelevarli due uomini travestiti da poliziotti. Questi i fatti: intorno all’una di notte, i due suonano all’interfono del museo e dicono di dover intervenire per una segnalazione. La guardia di turno si lascia convincere e apre loro la porta di servizio, lasciandoli entrare. Mai errore fu più grave. Una volta dentro, i due furfanti immobilizzano lui e l’altro inserviente presente e li chiudono nel seminterrato del museo, dove vengono trovati solo la mattina dopo dalla polizia intervenuta sul posto.
Nell’ora e mezzo che segue (81 minuti, per la precisione) i ladri si spostano ai piani superiori trafugando le opere e lasciandosi dietro solo le cornici vuote. Ancora oggi, chi visita la Dutch Room del museo rimane colpito dalla presenza di due maestose cornici dorate appese alle pareti prive di contenuto: un segno evidente dell’offesa subita e un messaggio di speranza per un futuro ritrovamento.
Futuro, ma sempre più incerto: in tutti questi anni sono state moltissime le tracce seguite dall’FBI per cercare di risalire a mandanti, esecutori e, soprattutto, alle opere scomparse nel nulla. È stata perfino fissata una ricompensa di dieci milioni di dollari, ma ancora nessuno si è persuaso a parlare.

Questa è solo una breve panoramica dei numerosi furti purtroppo avvenuti finora e tantissimi altri se ne potrebbero menzionare: basta pensare a figure come Stéphane Breitwieser che, mosso da sedicente passione per l’arte, in sette anni ha sottratto oltre trecento opere da numerosi musei europei, sprezzante del pericolo e dei controlli, che puntualmente riusciva a eludere.
Da Munch a Vang Gogh, da Klimt a Cattelan, quasi nessun autore o manufatto è rimasto immune da trafugamenti, nemmeno le imponenti opere di Henry Moore. Un danno che non riguarda solo il singolo museo, ma tutta la comunità. Tant’è che proprio poco tempo fa, l’UNESCO ha lanciato il progetto del museo virtuale degli oggetti culturali rubati: un luogo accessibile a tutti dove scoprire le vicende delle opere d’arte tuttora disperse. Un’idea efficace capace di celebrarne la storia e il valore oltre la loro presenza materiale e non rischiare di perderle una volta di più.



