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L’Arte Sublime di stare assieme: coppie famose nel lavoro e nella vita

L’Arte Sublime di stare assieme: coppie famose nel lavoro e nella vita

coppie famose nell’arte christo e jeanne claude
coppie famose nell’arte christo e jeanne claude

Si dice che Raffaello fosse un abile seduttore. Che Bernini avesse tentato di uccidere suo fratello quando, pazzo di gelosia, ne aveva scoperto la relazione con la sua amante, Costanza Bonarelli. Pare che Manet e Degas amassero la stessa donna e questo può aver contribuito alla tensione tra i due. La vivace attività sentimentale di Picasso è cosa nota. L’amore da sempre è parte importante della vita e del lavoro degli artisti. Ma cosa succede quando, al sodalizio amoroso, si unisce anche quello professionale? A volte ne nascono capolavori, altre scintille. Scopriamo allora la storia di cinque coppie famose nell’arte del Novecento.

Frida e Diego: “la colomba e l’elefante”

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Frida Kahlo e Diego Rivera

È il 1929 quando Frida Kahlo (1907-1954) e Diego Rivera (1886-1957) si sposano. Lei è una studentessa di 22 anni, reduce di un terribile incidente che la costringe a numerose operazioni e a lunghi periodi a letto, tra atroci dolori; lui di anni ne ha 43 ed è un artista affermato, membro attivo del Partito Comunista Messicano, nel quale milita anche lei. Il giorno delle nozze, il padre della sposa paragona l’unione tra i due a quella di una colomba con un elefante.
A vedersi, non potrebbero essere più diversi, eppure l’affinità politica, l’interesse per le tradizioni locali e il comune intento di realizzare un’arte “per il popolo” li avvicina. Il loro modo di esprimersi è tuttavia diametralmente opposto: monumentali e provocatori i murales di Diego, che nei primi anni di matrimonio conosce un successo internazionale; piccoli, intimisti, carichi di sentimento i dipinti di Frida, il cui riconoscimento dovrà attendere il 1938, data della sua prima mostra. Il loro è un amore travolgente, profondo e viscerale, ma anche malsano e segnato da sofferenza e reciproche infedeltà. Sofferenza che accompagnerà Frida per tutta la vita, causata dai numerosi aborti e dall’impossibilità di diventare madre, ritratta anche nel suo iconico e pungente Ospedale Henry Ford o Il letto volante (1932, Città del Messico, Collezione di Dolores Olmedo). Dolore che si riafferma quando la pittrice subisce l’ennesimo tradimento del marito – il peggiore, con sua sorella Cristina. I due si separano ma dopo soli due anni si sposano di nuovo. Tormentato e indissolubile, il loro rimane uno dei legami più noti e chiacchierati del Novecento. 

Jean e Niki, una macchina perfetta

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Jean Tinguely e Niki de Saint Phalle

Eterno ed eternalizzato dalle opere create insieme, l’amore tra Jean Tinguely (1925-1991), scapestrato artista svizzero, e Niki de Saint Phalle (1930-2002), modella, pittrice e scultrice di origini franco-statunitensi. Si conoscono nello studio di Jean nel 1955, quando Niki gli fa visita e, vedendo le sue sculture meccaniche, gli dice: “Potresti mettere delle piume nei tuoi aggeggi”. La loro storia dovrà attendere ancora cinque anni, quando lei trova il coraggio di lasciare marito e figli per seguire il suo grande amore e il suo grande sogno. Un sogno che Tinguely subito asseconda e aiuta a concretizzare: la loro non è solo una liason amorosa, ma una vera e propria collaborazione lavorativa. Belli e sempre fuori dalle righe, Jean e Niki portano divertimento e scompiglio ovunque vadano, interpreti impavidi dello spirito di ribellione degli anni Sessanta. Tra le loro creazioni indimenticate, la Hon, una donna immensa sdraiata di schiena eseguita nel 1966 per una mostra temporanea del Moderna Museet di Stoccolma. Le sembianze sono simili a quelle delle Nana, le coloratissime sculture femminili di Niki, ma l’ingegneria dell’imponente scultura-architettura è merito di Tinguely. Lo scandalo è evidente: la Hon – parola che in giapponese significa origine – si attraversa accedendo dall’enorme apertura vaginale.
Nel tempo prenderanno strade diverse, ma la loro unione è indissolubile e Niki resterà vicino a Tinguely fino alla sua morte. 

Marina e Ulay, quando l’arte prende corpo

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Marina Abramovich e Ulay

Divisi e ritrovati Marina Abramovic (1946) e Ulay, nome d’arte di Frank Uwe Laysiepen (1943-2020), sono protagonisti della Body Art degli anni Settanta e coppia indissolubile per dodici anni di amore e lavoro. Una carriera che esordisce su un palco importante: la XXXVII Biennale di Venezia del 1976, dove Marina è l’artista invitata, e decide di dividere la scena con il suo nuovo partner. I due sono nudi all’interno di un edificio abbandonato, si avvicinano correndosi incontro e dopo essersi scontrati si separano, per poi ricominciare con violenza sempre crescente: la performance si intitola Relation in Space. La sintonia è totale e la si respira anche nelle opere successive. Dopo l’esperienza  veneziana l’Italia ospita un altro grande successo della iconica coppia: la performance Imponderabilia realizzata un anno dopo alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Marina e Ulay si posizionano, ancora una volta nudi, uno di fronte all’altra ai lati del già stretto ingresso del museo. Il pubblico per poter accedere deve entrare di profilo e sfiorarne i corpi, il volto, lo sguardo, decidendo in pochi secondi se girarsi verso Ulay o verso Marina.
Come prevedibile assieme alla potenza della relazione e all’energia delle loro esibizioni,  affiorano le prime incomprensioni. Una delle più eclatanti avviene quando, durante Nightsea Crossing, Ulay – sofferente per il lungo digiuno imposto dalla performance – decide di interromperla, mentre Marina prosegue da sola. Ed è con una performance (The Lovers: the Great Wall Walk) che i due si dicono addio: nel 1988 percorrono a piedi, in direzioni opposte, la Muraglia Cinese per oltre duemila chilometri ciascuno fino a incontrarsi a metà strada e salutarsi (quasi) per sempre. Il loro amore, così concreto e manifesto, si è ormai consumato, ma continua a vivere nelle loro opere.
L’atto finale si compie nel 2010 quando, durante la performance The Artist is Present al MoMA di New York, Ulay e Marina si ritrovano di nuovo faccia a faccia e Marina si scioglie in un gesto di affetto esibito ma sincero: per un lungo attimo, sono di nuovo uniti. 

“I Christo”, un amore gigantesco

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Christo e Jeanne Claude

Non inizia nel migliore dei modi l’amore tra Christo Anani Yavachev (1935) e Jeanne-Claude Denat de Guillebon (1935-2009). Nati lo stesso giorno, il 13 giugno, non possono essere più diversi: un esule bulgaro, timido e devoto alla sua arte e una giovane benestante di origini marocchine, inserita nella vita mondana di Parigi. Ed è in quella città che si conoscono nel 1958 quando Christo frequenta la casa de Guillebon per realizzare i ritratti di famiglia. Nei primi incontri sembra impossibile prevedere quello che succederà. Un’irresistibile attrazione sessuale – come dichiareranno più tardi – li rende inseparabili, al punto che quando Jeanne-Claude sposa il fidanzato ufficiale, è incinta di Christo. Una scoperta che sconvolge la famiglia di lei e li costringe a vivere rinnegati e con pochi mezzi. È proprio in questo momento di grande difficoltà che Christo progetta la sua prima installazione, realizzata grazie al solo contributo di Jeanne-Claude. Il 27 giugno 1962, i due occupano rue Visconti con 89 barili di petrolio: un’intera parete che blocca il traffico e si impone come simbolo di protesta al muro di Berlino, eretto l’anno prima. Mentre Christo scarica le botti e le compone, tra le proteste e gli sguardi incuriositi di passanti e automobilisti, Jeanne-Claude riesce, con una capacità di persuasione indefessa, a convincere la polizia a non intervenire. Wall of Oil Barrels – The Iron Curtain è la prima di una lunga e faticosissima serie di interventi in cui “i Christo” – come verranno battezzati dalla critica – collaborano gomito a gomito. Se spesso le idee nascono da Christo, sono proprio le capacità organizzative e manageriali di Jeanne-Claude a renderle fattibili e certo non mancano le scelte condivise, anche in termini di materiali e tessuti. Dopo Parigi il loro percorso si consolida e si orienta in una direzione ben precisa; il lavoro consiste sempre di più in mastodontici “impacchettamenti”. Interi monumenti e luoghi simbolo di città e località celebri nel mondo vengono ricoperti e occultati alla vista, in un esercizio di censura che al contempo ne rivela la presenza. Avviene così a Berlino, quando nel 1995 impacchettano il Parlamento, e poi ancora a New York, a Roma, in Giappone, in California, in Australia… Eppure, nonostante il lavoro sia indubitabilmente di entrambi, il mondo dell’arte fatica a riconoscere a Jeanne-Claude il suo ruolo (un pregiudizio che le donne da sempre subiscono). A conferma di questa inestricabile unione, Christo, dopo la morte di Jeanne-Claude, ha affermato di non voler creare altro lavoro se non quello già pensato assieme. 

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Jackson Pollock e Lee Krasner, tra sentimento e devozione

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Jackson Pollock e Lee Krasner

Diversissimi sono anche Jackson Pollock (1912-1956) e Lee Krasner (1908-1984), sarà per questo che la loro relazione, per quanto profonda e intensa, è tormentata e piena di drammi. Entrambi artisti emergenti, si conoscono a Manhattan nel 1942 quando vengono invitati insieme a Willem De Kooning a esporre alla McMillan Gallery. È subito amore, si frequentano assiduamente e tre anni dopo si sposano. Fin dal loro primo incontro, Lee – convinta del talento assoluto di Jackson – si dedica alla sua promozione, procurandogli contatti e mediando per lui: Pollock infatti è noto sia per le sue straordinarie doti, sia per il carattere brusco e arrogante, che l’alcolismo – di cui è vittima fin da giovanissimo – non aiuta a smussare. Della sua bravura si accorge presto anche Peggy Guggenheim (importante collezionista, gallerista e mecenate) che offre all’artista una mostra personale e un contratto di tutto rispetto, grazie all’efficace intervento di Lee. Come ben raccontato anche dalla pellicola di Ed Harris, Lee e Jackson si ritirano a vivere e a lavorare in una casa di campagna a Spring, nell’East Hamptons. I primi tempi trascorrono in un’atmosfera di relativa calma e serenità, sebbene i loro ritmi siano completamente diversi: metodica e mattiniera lei, notturno e istintivo lui. Sono questi gli anni in cui Pollock si afferma come “the greatest living painter in the United States” (il più grande pittore vivente degli Stati Uniti), come titola il Times nel 1949 con il suo ritratto in copertina. Il dripping, la sua tecnica di sgocciolamento del colore su tele immense, ottiene ammirazione e interesse internazionale.
L’armonia però si guasta dal 1950: Jackson ricomincia a bere, alienando e compromettendo il rapporto con Lee e con il loro entourage di amici e galleristi. I viaggi tra Spring e Manhattan diventano più frequenti e sempre più spesso Pollock rimane a dormire fuori. In una di queste occasioni, conosce Ruth Kligman, modella e pittrice di venticinque anni, con la quale inizia una relazione. La situazione si fa insostenibile per Lee, che decide di partire per la Francia per poi spostarsi in Italia e prendersi del tempo di ripensare il loro rapporto. Il suo viaggio viene interrotto dalla notizia, che la raggiunge a Parigi, della morte di Jackson che alla guida della sua macchina si è schiantato contro un albero. Con lui, anche Ruth e una sua amica.

Oggi abbiamo scelto queste coppie ma te ne racconteremo altre. In amore non esistono regole e certo non si possono trarre conclusioni, ma è chiaro che riuscire a stare insieme è davvero un’Arte Sublime.

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