Bisticci nell’arte: storie di rivalità e sregolatezza

Bisticci nell’arte: storie di rivalità e sregolatezza

Conoscere la vita degli artisti e la loro personalità, oltre alle loro opere, ci aiuta a capirli e a interpretare meglio il loro tempo.
Passioni individuali, contraddizioni e contrasti restituiscono carne, ossa e carattere a quelli che, altrimenti, rischiano di essere solo dei celebri nomi riportati su libri e didascalie di musei. E cosa c’è di più umano di un litigio
Qui ne abbiamo selezionati alcuni tra i più rinomati di tutte le epoche – in parte legati a capolavori tuttora visibili – per celebrare tanto l’arte quanto gli artisti.

Brunelleschi, Donatello e Ghiberti

“Animo egregio” e “spirito divino” ma “sparuto de la persona”: secondo Vasari, Filippo Brunelleschi (1377-1446) compensava la bassa statura con l’altezza dell’intelletto. E come dargli torto se ancora oggi ammiriamo attoniti la cupola del Duomo di Firenze, realizzata proprio grazie all’ingegno del grande architetto? 
Un ingegno che impiegò in molte opere e per il quale era molto stimato dai suoi stessi contemporanei, a cominciare da Donatello (1386-1466). 
Entrambi fiorentini, Donatello e Brunelleschi erano legati da una sincera amicizia “che l’uno non pareva che sapesse vivere senza l’altro”, riferisce sempre il Vasari nelle sue Vite.
Un rapporto franco e profondo, dunque, che permise loro di superare brillantemente anche qualche presunto bisticcio, a tutto vantaggio dei posteri. L’episodio più noto riguarda la creazione da parte di Donatello di un Crocifisso, destinato alla basilica fiorentina di Santa Croce, dov’è tuttora. 

È l’inizio del Quattrocento e Donatello ha appena terminato la scultura del Cristo morto intagliando un unico tronco di legno. Ne è fiero. Così fiero che decide di mostrarlo privatamente all’amico e, dopo averlo invitato a casa, ne chiede il parere. Brunelleschi, incapace di mentirgli, esprime il suo caustico giudizio riconoscendo, nel corpo ritratto da Donatello, fattezze più adatte alla rappresentazione di un villano che di Gesù
“<<Se così facile fusse fare come giudicare>>”, replicò Donatello, “<<il mio Cristo ti parrebbe Cristo e non un contadino: però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu>>”. 
Una sfida che, stando alla narrazione del Vasari, Brunelleschi volle cogliere. Dopo alcuni anni dalla vicenda (durante i quali non si era scalfita l’amicizia con il giovane scultore), decide di invitare Donatello a casa per mangiare insieme. Qui Donatello, che era stato mandato avanti dallo scaltro Brunelleschi, trova un crocifisso della stessa dimensione del suo. La sorpresa è tale e la meraviglia è tanta che la spesa gli casca di mano, uova, formaggio e quant’altro sono a terra suscitando l’ilarità dell’amico, appena sopraggiunto: “<<Che disegno è il tuo, Donato? Che desinaremo noi, avendo tu versato ogni cosa?>>. <<Io per me – rispose Donato – ho per istamani avuta la parte mia: se tu vuoi la tua, pigliatela; ma non più: a te è conceduto fare i Cristi et a me i contadini>>”. Oggi il Crocifisso di Brunelleschi è conservato nella cappella Gondi di Santa Maria Novella e chiunque, visitando Firenze, può paragonare le due opere.  

Se Brunelleschi e Donatello seppero superare le loro divergenze, lo stesso non avvenne tra Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti (1378-1455). La loro rivalità durò anni e si consumò definitivamente nel cantiere di Santa Maria del Fiore.
Ben prima di questo, i due erano stati concorrenti nella gara per l’assegnazione della decorazione bronzea della porta Est del Battistero fiorentino. Delle proposte presentate per il concorso, oggi non ci rimangono che le loro: esposte entrambe al Museo Nazionale del Bargello di Firenze, racchiudono in due formelle di pochi centimetri la distanza abissale che sempre separò i due architetti. In quel caso ebbe la meglio Ghiberti, al quale venne aggiudicato il lavoro. 

Sacrificio di Isacco Brunelleschi
Sacrificio di Isacco, Filippo Brunelleschi
Sacrificio di Isacco Ghiberti
Sacrificio di Isacco, Lorenzo Ghiberti

Anni dopo Brunelleschi ottenne però la sua rivincita, anche se non senza fatica. La costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore durò sedici anni, dal 1420 al 1436, e terminò con la realizzazione della lanterna (una torre in marmo bianco alta 21 metri) dopo la morte dell’architetto. Racconta il Vasari che per diventare Provveditore della Cupola, ovvero capomastro dell’opera, Brunelleschi dovette superare non poche resistenze: quelle del comitato cittadino, in primis, che non credeva fosse possibile erigere una cupola senza avvalersi di armature di sostegno. E poi, soprattutto, l’intrusione di Ghiberti, che era stato affiancato a Brunelleschi nella realizzazione della grande impresa. Per liberarsene, non volendo spartire con lui meriti e invenzioni, Brunelleschi si finse malato lasciando Ghiberti solo alla guida del cantiere. Incapace di proseguire, Ghiberti rimandava i lavori, bloccandoli per diversi giorni. Gli operai, preoccupati di questa situazione di stallo, si recarono da Brunelleschi, il quale fece loro intendere che, mentre Ghiberti non era in grado di mandare avanti le cose senza di lui, egli era invece perfettamente capace di fare a meno del rivale. Una dichiarazione che lasciava poco spazio agli equivoci e che produsse l’effetto voluto: Ghiberti fu estromesso dal progetto e Brunelleschi poté godere della libertà d’azione necessaria e della successiva fama che quest’opera gli procurò. 

Michelangelo, Leonardo e Raffaello

Nell’approfondire la vita dei grandi maestri del passato, non è insolito imbattersi in personalità turbolente e “caratteracci”. Un esempio potrebbe essere Michelangelo Merisi detto Caravaggio, la cui indole riottosa fu causa di molte delle sue sfortune, a dispetto della sua bravura. 
Prima di lui, un altro Michelangelo – Buonarroti – era celebre per la sua personalità ombrosa – per quanto meno incline alla rissa aperta – e di una capacità parimenti sviluppata in più di una disciplina. Pittore, scultore, architetto e poeta, Michelangelo Buonarroti si misurò con alcune delle imprese artistiche più difficili del suo tempo, uscendone sempre vincitore. Tuttavia, al genio indiscusso faceva il pari un temperamento irascibile e intransigente. 
Non stupisce dunque, nel leggere le pagine del Vasari, scoprire che i diverbi di Michelangelo con gli altri colleghi artisti erano ricorrenti: tra gli altri, litigò anche con Lorenzetto, Boccaccino, Sebastian Viniziano (Fra Sebastiano del Piombo), Baccio d’Agnolo. Ma soprattutto, con Leonardo Da Vinci e con Raffaello Sanzio, i principali protagonisti, insieme a lui, del Rinascimento italiano. 

Leonardo Da Vinci (1452-1519) era più grande di Michelangelo (1475-1564) di 23 anni e possiamo quindi immaginare che la differenza di età, la fama crescente del più giovane e alcune divergenze di vedute, potessero generare qualche attrito tra i due. 
Pare che la scintilla avvenne in occasione della delibera sulla collocazione del David, capolavoro assoluto della scultura cinquecentesca, oggi conservato alla Galleria dell’Accademia a Firenze. Terminata quasi miracolosamente l’opera, che Michelangelo aveva ottenuto da un blocco di marmo di difficile lavorazione già precedentemente scartato da altri, era necessario decidere dove posizionarla. Per questo fu istituita una commissione, della quale faceva parte anche Leonardo. 
La proposta di Leonardo non deve essere piaciuta al Buonarroti infatti, dice il Vasari, tra i due “era sdegno grandissimo”. 

L’Anonimo Gaddiano o Magliabechiano, un manoscritto del Cinquecento, riferisce inoltre che i due si trovarono un giorno a passare per la stessa via. Qui c’era anche un gruppo di uomini che stava discutendo un passo di Dante. Riconosciuto Leonardo, qualcuno lo invitò a decantare i versi del Poeta. Leonardo declinò, rimandando la cosa a Michelangelo. “Di che parendo a Michelagnolo l’avesse detto per sbeffarlo, con ira gli rispose: <<Dichiarolo pur tu, che facesti un disegno di un cavallo per gittarlo di bronzo e non lo potesti gittare e per la vergogna lo lasciasti stare>>. E detto questo voltò loro le rene e andò via, dove rimase Lionardo che per le dette parole diventò rosso”. Michelangelo faceva riferimento alla statua equestre promessa e mai realizzata per Francesco Sforza.
Resta il fatto che la rivalità tra loro era destinata a durare. Entrambi furono infatti chiamati – a poca distanza l’uno dall’altro – a realizzare gli affreschi della Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, in concorrenza tra loro: Leonardo la Battaglia di Anghiari e Michelangelo la Battaglia di Cascina. 
Di entrambi oggi restano solo copie degli studi preparatori originali, andati perduti. Ammirati e studiati già dai contemporanei, furono fonte di ispirazione per molti e celebre è la frase di Benvenuto Cellini che li definì “Scuola del mondo”. 

Partito per Roma, dove era stato ingaggiato da papa Giulio II per la realizzazione del suo monumento funebre, Michelangelo si trova a dover contrastare un altro rivale, Raffaello Sanzio. Il giovane Urbinate è il prediletto di Bramante (architetto, pittore e teorico dell’architettura, vissuto tra il 1444 e il 1515), che cerca in ogni modo di screditare Michelangelo agli occhi del pontefice e favorire il suo pupillo. Secondo la versione di Vasari, infatti, fu Bramante a convincere Giulio II a distogliere Michelangelo dal monumento sepolcrale al quale stava lavorando per commissionargli invece gli affreschi della Cappella Sistina. Eretta in onore di papa Sisto IV, zio del pontefice, la cappella era infatti rimasta spoglia. Bramante sapeva che Michelangelo si considerava uno scultore ed eccelleva in quest’arte. Ed era altresì sicuro che – confrontandosi con la pittura – non avrebbe retto alla prova, lasciando spazio all’Urbinate. Mai errore fu più clamoroso: nonostante i quattro anni di notevoli sforzi, Michelangelo portò a compimento la decorazione dei soffitti e delle volte e con quale risultato! “Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me” – scrisse in una lettera –  “fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino: et questa fu causa che non seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi: et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che aveva dell’ arte, l’aveva da me”. 
Sicuramente Raffaello fu colpito e influenzato dall’arte del Buonarroti, come dimostrano le opere che realizzò dopo aver visto i capolavori prima fiorentini e poi romani del maestro. Un debito che volle forse riconoscergli ritraendo Michelangelo nei panni di Eraclito, uno dei maggiori filosofi antichi, nella sua Scuola di Atene presso le Stanze Vaticane. 

Per altro verso, non mancarono gli screzi aperti tra i due. Una cronaca narra di un diverbio che avvenne proprio a Roma, mentre Raffaello passeggiava per Piazza San Pietro. Quando Michelangelo lo vide, elegantemente vestito e circondato dai suoi allievi, lo provocò dandogli del “capitano con il suo corteo”. A queste parole, Raffaello rispose con altrettanta prontezza e acredine: “Tu invece sei sempre solo come un boia!>”. E in effetti il Buonarroti era noto per condurre una vita solitaria, trasandata e disinteressata alle cose mondane, tanto che spesso ebbe a criticare i suoi colleghi e, persino, i suoi committenti tra cui il già citato pontefice.

Bernini e Borromini 

Rimaniamo a Roma che divenne, un secolo più tardi, la sede di un’altra storica e agguerrita rivalità, quella tra i due principali autori del Barocco romano, Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) e Francesco Borromini (1599-1667). 
Figlio d’arte, amabile e mondano, Bernini aveva una personalità estroversa e relazioni importanti che gli valsero commissioni e fortuna. Al contrario Borromini (nato Francesco Castelli Brumino e soprannominato Borromini), di origini più umili, è descritto dai biografi come taciturno, burbero e schivo. Premesse per una relazione burrascosa.

Il primo incontro avviene negli anni venti del Seicento, quando entrambi si trovano a lavorare per l’architetto Carlo Maderno, titolare dei lavori della Basilica di San Pietro. Qui a Bernini –  che era stato accolto con tutti gli onori dal neo papa Urbano VIII – viene incaricato di realizzare il baldacchino di San Pietro insieme a Borromini, già da tempo impiegato nel cantiere di Maderno. Bernini, che non aveva mai provato la fusione in bronzo a cera persa, tecnica scelta per il baldacchino, si avvalse grandemente delle conoscenze di Borromini. Ma quando si trattò di riconoscere i meriti dell’opera, il suo nome non emerse, provocando così la rabbia del collega. Scrisse Borromini: “Non mi dispiace che (Bernini, ndr) abbia avuto li denarii, mi dispiace che goda l’onor delle mie fatiche”. Un dispiacere acuito dal fatto che, alla morte di Maderno, il pontefice avesse eletto come capocantiere Bernini e non, come ci si sarebbe aspettato, Borromini. 

La sorte pare essere avversa a Borromini fino a quando, nel 1644, Urbano VIII muore e gli succede papa Innocenzo X. Tra i primi provvedimenti, il nuovo pontefice delibera l’abbattimento della torre progettata da Bernini per la facciata di San Pietro perché ritenuta (a ragione) pericolante da – neanche a dirlo – Borromini, che ne dichiara fin da subito e apertamente l’instabilità. 
Deciso a ristrutturare Piazza Navona, il papa affida dunque a Borromini l’opera ingegneristica di collegamento dell’acquedotto con il centro della piazza, dove aveva previsto di realizzare una fontana. È a lui che si deve l’idea di rappresentare qui i Quattro Fiumi più lunghi dei continenti allora conosciuti: il Gange, il Danubio, il Nilo e il Rio de la Plata. Ma è ancora una volta a Bernini che fu affidata, con un sotterfugio, la costruzione: uno smacco per Borromini.
E qui, in questa stessa piazza, ha luogo un ennesimo episodio di antagonismo, più leggendario che vero. Chi guarda la statua del Rio de la Plata nota certo la posa dell’uomo intento ad alzare un braccio come per proteggersi. Ma proteggersi da cosa? La vulgata vuole che egli cercasse riparo dalla vista o persino dall’ipotetico crollo della facciata di Sant’Agnese in Agone, opera di Borromini.

La tensione tra i due non calò mai e forse non poteva essere altrimenti: Borromini, un uomo straordinario dal carattere difficile, morirà suicida; mentre Bernini avrà una vita piena e numerosi eredi. Tra le tante opere che quest’ultimo ci ha lasciato, una in particolare ne conferma il temperamento focoso e vendicativo: il busto di Costanza Bonarelli, oggi al Museo del Bargello di Firenze
Moglie di uno dei collaboratori di Bernini e amante sia di Gian Lorenzo che del fratello Luigi, Costanza Bonarelli provocherà le ire dell’artista: acceso dall’odio, Bernini la sfregerà con dell’acido e cercherà di uccidere il fratello inseguendolo a cavallo fin dentro alla chiesa dove si era rifugiato. Solo il papa seppe placarne l’animo, dandogli in sposa la donna più bella di Roma. Una fortuna che a Borromini non toccò mai.  

busto di costanza bonarelli gian lorenzo bernini
Busto di Costanza Bonarelli, Gian Lorenzo Bernini

Manet e Degas

Venendo a tempi più recenti, non possiamo non menzionare la vicenda tanto curiosa quanto misteriosa che unisce Édouard Manet (1832-1833) e Edgar Degas (1834-1917). 
I due pittori, destinati a diventare due icone dell’arte di fine Ottocento, si conobbero all’inizio della loro carriera, nel 1861. Degas, allora ventisettenne, si trovava al Louvre, dove stava cercando di riprodurre un dipinto di Velázquez. Manet, che amava frequentare il museo e in particolare la pittura spagnola, si trovava a passeggiare per la stessa sala. Data un’occhiata al lavoro – a quanto pare disastroso – del giovane, avanzò qualche consiglio che Degas accolse di buon grado, superando la sua naturale suscettibilità. Da qui in poi i due artisti divennero amici quasi inseparabili: frequentavano gli stessi locali, le stesse conoscenze e le rispettive case e famiglie. 
Il loro legame era sincero e mosso da reciproca stima. Degas, noto per il suo carattere introverso, orgoglioso, e le sue battute pungenti e argute, rimase affascinato dalla personalità estroversa, vivace e socievole di Manet, capace di incantare tutti. Affabile e impulsivo, Manet in quel periodo era nel pieno del suo impeto creativo e dipingeva continuamente e con estrema facilità; tutto il contrario di Degas che, ancora alla ricerca del suo stile, lavorava con grande lentezza e tribolazione.
Ma come sappiamo, anche Manet visse fortune alterne e si affermò come avrebbe voluto. Proprio durante uno dei suoi periodi difficili, avvenne l’episodio che incrinò l’amicizia tra i due

Monsieur et Madame Édouard Manet fu dipinto da Degas verso la fine del 1868 e dato in dono a Manet. Non era il primo ritratto che Degas faceva dell’amico, ma fu al centro di uno screzio che portò i due artisti ad allontanarsi, anche se il loro rapporto non si interruppe mai del tutto e rimasero vicini fino alla morte di Manet.
Qualche tempo dopo aver consegnato la tela, Degas si recò a casa Manet dove la vide brutalmente deturpata: non sappiamo per quale motivo, Manet aveva tagliato quasi tutto il lato destro, lasciando visibile solo la schiena e una piccola parte del viso di Suzanne, che prima appariva a figura intera, di profilo, seduta al pianoforte. 
Del quadro, oggi conservato al Kitakyūshū Municipal Museum of Art in Giappone, rimane invece integra l’immagine di Manet, che appare seduto, quasi sdraiato, sul divanetto alle spalle di Suzanne, la posa scomposta e lo sguardo annoiato. 
Forse ciò che aveva immortalato Degas era più di una scena familiare, era la rivelazione di un rapporto ormai distante, privo di interesse o tenerezza, uno squarcio nell’intimità più vera della relazione tra Manet e la moglie: una relazione che il pittore aveva sempre cercato di tenere privata. Il loro, infatti, era nato come un rapporto clandestino da cui era nato anche un figlio, Léon, che in linea con la morale del tempo era stato dichiarato come fratello di Manet. Nonostante le nozze successive, Léon non venne mai riconosciuto da Manet e tra gli studiosi c’è chi sostiene che fosse effettivamente figlio di Auguste, padre di Édouard. 
Pare inoltre che tra i due artisti si fosse consumata una rivalità amorosa: entrambi si erano infatuati di Berthe Morisot, pittrice anch’ella; Manet – seppur sposato – ebbe la meglio e ne divenne per lungo tempo l’amante. 

Qualunque fosse il motivo che spinse Manet a censurare la tela dell’amico, quando questi lo venne a scoprire ne rimase offeso e, oltre a riprendersi il quadro, restituì a Manet la piccola natura morta che aveva avuto in regalo. Secondo il gallerista Ambroise Vollard, Degas accompagnò il dipinto con un biglietto che diceva “Monsieur, vi restituisco le vostre Prugne”.  
I due erano però troppo legati per interrompere la loro amicizia, e così, in qualche modo, la ferita si ricompose anche se il loro rapporto non tornò mai come prima. La stessa sorte toccò – in un gioco di specchi alquanto significativo – anche all’oggetto della lite. 
Degas era infatti intenzionato a ripristinarla ma, dopo averla riparata con un pezzo di tela aggiuntiva, non portò mai a termine l’opera che ancora oggi espone ben visibile il segno di quell’antico contrasto. 

Monsieur et Madame Edouard Manet Degas
Monsieur et Madame Édouard Manet, Edgar Degas

Come sappiamo, questi non sono gli unici casi di un sodalizi incrinati da ragioni personali. 
La storia dell’uomo è piena di diverbi, dissidi e repentini cambi di atteggiamenti, e la storia dell’arte non ne è esente. Oltre a quelle raccontate qui, possiamo citare altre rivalità, come quelle tra Andrea Mantegna e Giovanni Bellini o tra Tiziano Vecellio e Tintoretto. 
Alcuni dei litigi più recenti sono raccolti nell’ottimo volume di Sebastian Smee (Artisti rivali. Amicizie, tradimenti e rivoluzioni nell’arte moderna, edizioni Utet, 2016), altri sono lasciati alla curiosità di chi vorrà andare oltre la superficie delle opere e scoprire la natura degli uomini che le crearono. 
Anche questo è un viaggio che consigliamo caldamente di fare.

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