I capelli, soprattutto quelli femminili, sono oggetto di interesse in molte epoche e culture. Corti, lunghi, sciolti, raccolti, esposti o coperti, la moda riflette norme religiose e politiche, convenzioni sociali, e diventa un linguaggio visibile di identità e appartenenza. Nel Rinascimento, le acconciature si fanno sempre più varie ed elaborate e le donne le adottano per affermare il loro ruolo ed esprimere la propria personalità. Esploriamo insieme questo mondo affascinante attraverso alcune opere d’arte dell’epoca.
Il contesto storico: i capelli femminili tra Quattro e Cinquecento
Le acconciature del Quattro e del Cinquecento raccontano più della moda: riflettono un’intera epoca, fatta di regole, simboli e aspirazioni femminili. In questo periodo il mondo antico ispira intellettuali, artisti e mecenati rinascimentali, e l’ammirazione per la classicità attraversa filosofia, arte e artigianato. Così, anche le dame di corte guardano all’antico passato e trovano nelle effigi delle matrone romane – caratterizzate da trecce, crocche e chignon – modelli di una femminilità nuova, pronta da imitare.
Ma il passaggio non è così lineare e la questione dei capelli si intreccia con l’ideologia religiosa e le convinzioni (pseudo)scientifiche del tempo.
Gli studiosi di allora avevano infatti recuperato le teorie di Aristotele e Galeno, secondo cui i capelli erano il prodotto di scarto, insieme a feci e urina, del calore generato dai vapori umani. Una connotazione estremamente negativa, che si accordava con la morale cristiana diffusa da teologi e predicatori: per gli uomini di chiesa del Rinascimento, i capelli – specialmente quelli delle donne – erano materia indegna, sintomo di lussuria e voluttà, dunque andavano domati o velati. Una raccomandazione, quest’ultima, che in alcuni casi entra persino nel diritto, all’interno delle leggi suntuarie che regolano etichetta e costumi sociali. Per contrastare la natura infima, quasi escrementizia, della capigliatura era dunque necessario raccoglierla, disciplinarla in pettinature ordinate, in segno di pudicizia e rispettabilità.
Tuttavia, anche la cura eccessiva dei capelli non era vista di buon grado perché poteva sfociare in vanità e peccato: chi dedicava troppo tempo alla loro preparazione rischiava di indurre in tentazione l’uomo e alimentare pensieri sconvenienti.
Sei interessato ad articoli come questo?
Iscriviti alla newsletter per ricevere aggiornamenti e approfondimenti di BeCulture!
Non c’è da meravigliarsi, dunque, se nell’arte del XV e XVI secolo, le figure femminili sono raffigurate perlopiù con i capelli sistemati in acconciature articolate. Fanno eccezione solo soggetti dalla forte connotazione simbolica, ritratti a chioma sciolta con precisi intenti allegorici.
Nonostante le limitazioni dell’epoca, le donne hanno saputo trasformare i loro capelli in strumenti di espressione e identità, creando stili originali che ancora oggi parlano della loro personalità.
3 acconciature iconiche del Rinascimento
Che la chioma muliebre avesse una valenza ambigua è evidente anche dal linguaggio tipico dell’epoca: i capelli erano maschili, mentre la parola crine serviva a designare quelli femminili e il vello degli animali. Eppure, ai loro capelli le donne dedicavano attenzione e tempo, sia per acconciarli – spesso con l’aiuto di ancelle e dame – sia per tingerli, scambiandosi ricette e consigli cosmetici. Celebre è il colore rosso-dorato dei dipinti di Tiziano, simbolo di perfezione estetica, che scatena una vera e propria mania tra le nobili veneziane, disposte a lunghissime sedute al sole con unguenti per schiarire i capelli.
Una pratica che, insieme alle laboriose pettinature, era spesso criticata e ridicolizzata dagli uomini dell’epoca: una condanna che però non basta a fermare le donne dall’acconciarsi i capelli.
Coazzone e capigliara: i capelli alla moda delle sorelle d’Este
Si deve a Beatrice d’Este – sorella della più famosa Isabella e sposa di Ludovico il Moro – l’introduzione nella Milano di fine Quattrocento del coazzone, di origine spagnola. Si trattava di un’unica treccia che partiva dalla nuca e scendeva lungo la schiena, avvolta da nastri e arricchita da preziose decorazioni, trattenuta da una cuffia e fissata sulla fronte da una lenza (un sottile laccetto di seta a sua volta ornato da un pendente). Cosmè Tura, in un ritratto purtroppo oggi perduto, mostrava la duchessa con questa celebre acconciatura, riconoscibile in molti altri dipinti dell’epoca, a testimonianza della sua diffusione.

Ma come oggi, anche nel Rinascimento le mode sono passeggere e vengono superate presto da nuove tendenze, che tutti a palazzo e nelle corti vicine si affrettano a imitare per rimanere al passo con i tempi. Succede così che, nel giro di pochi anni, dal coazzone si passa alla capigliara, adottata da Isabella d’Este, marchesa di Mantova e figlia di Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli. Questa acconciatura voluminosa – simile a un copricapo a forma di ciambella – era costituita da una massa di capelli, spesso posticci, tenuti insieme da una rete più o meno fitta, impreziosita da gemme e nastrini. Un esempio di questa pettinatura è presente nel Ritratto di donna di Nicolò dell’Abate (1547-1550 ca.) conservato alla Galleria Borghese di Roma, dove una dama sontuosamente abbigliata sfoggia una tipica capigliara, mentre alcuni boccoli le incorniciano il viso. Indossarla non era solo un modo per mostrarsi aggiornati alla voga del momento, ma serviva a manifestare la propria vicinanza – e alleanza politica – con la potente nobildonna, arbitra di gusto e inventrice di molte altre acconciature.

I capelli raccolti nell’acconciatura tipica di Eleonora da Toledo
È sempre di Isabella l’usanza di portare i capelli avvolti in una crocchia e raccolti sulle spalle in una rete di seta o d’oro. L’effetto è al contempo intrigante – i capelli sembrano sciolti a uno sguardo superficiale – e castigato, poiché rimangono ordinatamente “domati” in una rete. L’uso di questi accessori non era però del tutto nuovo: già diffuso nella Spagna aragonese e, di conseguenza, anche in area campana, viene adottato anche da un’altra figura carismatica di questo periodo, Eleonora di Toledo, figlia del vicerè di Napoli e consorte di Cosimo I de’ Medici. I suoi capelli erano intrecciati, fermati sulla nuca e avvolti in una rete d’oro e di perle, con la scriminatura centrale: è questa l’acconciatura con cui si presenterà dal 1548 – data del suo arrivo a Firenze – in poi, senza mai cambiarla. Ne sono squisita testimonianza i numerosi ritratti eseguiti per lei dal Bronzino, pittore ufficiale della corte medicea.

Chiome al vento, un simbolo potente dai molteplici significati
Non c’è chioma più famosa in tutta la storia dell’arte di quella della Venere di Botticelli (1485 ca., Firenze, Uffizi). I suoi lunghi e soffici capelli si agitano al vento, liberi e sensuali, enfatizzando la carica erotica del dipinto, già esplicitata dalla nudità della dea. Una carica che il gesto di Afrodite non fa che confermare: la ciocca che le copre i genitali è un’associazione evidente alla peluria pubica. Si tratta di un’immagine idealizzata, molto lontana dalla realtà delle nobildonne di allora, ed erede di un’altra celebre iconografia.

È probabile infatti che, per descrivere il movimento della chioma divina, il Botticelli si sia ispirato alla famosa Medusa dalla capigliatura letale ritratta nella Tazza Farnese del II-I sec. a.C. (Napoli, MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli), osservata dall’artista quando ancora apparteneva a Lorenzo de’ Medici. Un disordine fecondo, quello della dea, ma allo stesso tempo pericoloso, un richiamo alla lascivia e alla perdita di controllo esercitata dalle donne sugli uomini.

Ma non solo di erotismo parlano i capelli sciolti: lo stesso espediente viene infatti impiegato per indicare pentimento, come spesso accade nelle raffigurazioni della Maddalena penitente. La più espressiva, in questo senso, è sicuramente la Maddalena di Donatello, (1440-1442, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo) dove la chioma scomposta sottolinea la condizione di impurità e sofferenza della prostituta-santa.
Proprio ad alcune sante possono essere attribuiti – con segno positivo – i capelli al naturale, come in alcune rappresentazioni di Caterina d’Alessandria, dove indicano la sua imperturbabile superiorità; o alle neo spose, pure e feconde.

In un periodo amante dei codici e delle convenzioni come il Rinascimento1, i capelli non passano inosservati e l’attenzione che gli artisti contemporanei riservano al loro aspetto non è casuale. Osservare queste acconciature nelle opere dell’epoca significa scoprire un vero e proprio linguaggio silenzioso, ricco di simboli e significati nascosti, spesso non evidenti a uno sguardo impreparato.
- È del 1528 il Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, un trattato sui costumi e le maniere adatte all’uomo di corte che in qualche modo anticipa il più noto Galateo di Giovanni Della Casa.



