Pochi oggetti al mondo mettono alla prova le capacità di un progettista quanto la sedia domestica: deve sostenere un corpo umano, occupare il giusto spazio, essere realizzata in serie senza perdere identità formale e sopravvivere all’invecchiamento di stile. Abbiamo selezionato sette sedie che hanno superato quella prova a pieni voti sono entrate nelle nostre case, nei musei, nella cultura popolare e, in molti casi, sono ancora in produzione senza variazioni sostanziali rispetto al loro design originale.
1. La N. 14 di Michael Thonet, 1859
Un classico insuperato, la N. 14 è considerata da molti la sedia per antonomasia, sintesi riuscita di estetica, praticità ed esigenze produttive. È il 1841 quando Michael Thonet (1796-1871), ebanista prussiano, deposita il brevetto del processo meccanizzato che gli permette di sagomare il legno e lasciarlo in forma. Una tecnica perfezionata in vent’anni di tentativi e sperimentazioni, resa immortale dalle sue creazioni da allora ampiamente rivisitate e copiate. Il suo nome è associato soprattutto alle sedie e, in particolare, alla N. 14, nata nel 1859 e tuttora in produzione. Da quel momento in poi, infatti, la storia di un semplice artigiano diventa quella di un’industria di successo, capace di produrre oltre 4000 pezzi al giorno.
Bastano sei pezzi – elementi di faggio massello curvati a vapore e immersi in una soluzione di acqua e colla per fissarli – per comporla: lo schienale prolungato fino a coincidere con le gambe posteriori, il sedile in paglia di Vienna intrecciata o in legno pieno. La sua linea è essenziale, senza alcuna decorazione manuale. Una caratteristica della sua bellezza e con diversi risvolti positivi: semplice da fabbricare, smontata occupa un volume minimo, facile da imballare e spedire. Oggi la si trova in case e bistrot di tutto il mondo e di tutti gli stili, presenza iconica e inconfondibile.

2. La Plastic Side Dsw di Charles e Ray Eames, 1950
Copiata, anzi copiatissima anche la Plastic Side Chair – Dsw di Charles (1907-1978) e Ray (1912-1988) Eames, coppia nel lavoro e nella vita. Più che una sedia, si tratta di una vera e propria serie, sviluppata in diverse versioni a partire dallo stesso – geniale – concetto. L’idea oggi può sembrare banale ma per gli anni Cinquanta, quando viene prodotta per la prima volta da Vitra, è rivoluzionaria: usare la plastica per creare una scocca monoblocco perfettamente aderente al corpo. Da anni gli Eames stanno cercando il materiale giusto per realizzare una sedia economica e popolare ma allo stesso tempo ben fatta. E lo trovano nella combinazione di resina di poliestere e fibre di vetro: poco costosa, malleabile, piacevole al tatto e industrializzabile. Una caratteristica sfruttata a pieno anche dalla sua configurazione. La seduta si abbina infatti a basi diverse, con piedi in legno, o in acciaio con o senza montanti, per rispondere a ogni uso e collocazione.
Presentato nel 1949 al concorso “Low-Cost Furniture Design” del MoMA di New York, il gruppo delle Plastic Chair viene lanciato ufficialmente sul mercato l’anno dopo: si tratta delle prime sedie in materiale sintetico prodotte a livello industriale. Da allora, non hanno mai smesso di conquistare il pubblico grazie a forme e colori unici e a una ricerca costante di soluzioni innovative, compresa la plastica riciclata post-consumo impiegata nei modelli più recenti.

3. La CH24 (Wishbone chair) di Hans J. Wegner, 1950
Prodotta ininterrottamente dal 1950, la CH24 è uno dei pezzi più riconoscibili della Carl Hansen & Søn e del suo autore, Hans J. Wegner (1914-2007), considerato da molti il maestro del design danese. Le ragioni di questo “titolo” sono numerose e la CH24, nota anche come Wishbone Chair, le racchiude tutte. Innanzitutto l’uso del legno, materiale da sempre caro al designer (ebanista di professione) e all’azienda. Poi le sue curve sinuose e gentili ottenute con la curvatura a vapore e, soprattutto, la tecnica di assemblaggio, che mette a dura prova la produzione di massa. Ancora oggi, infatti, servono oltre cento passaggi manuali per creare la sedia, incluso l’intreccio della seduta. Lavorato per oltre un’ora e composto nel tipico motivo a busta, è tuttora in corda di carta: un materiale povero scelto nel Dopoguerra per sopperire alla mancanza di alternative più nobili (in questo non possiamo che riconoscere qualche assonanza con la storia di Salvatore Ferragamo, designer di altro genere ma di simile inventiva e fama). Un inno all’artigianato e alla cura dell’antica falegnameria, che sfida le regole dell’industria contemporanea e le sue logiche. Ispirata agli storici troni degli imperatori giapponesi, la Wishbone Chair deve il suo soprannome alla forma dello schienale: una Y che ricorda una forcella o, appunto, una clavicola di volatile. Durante la sua carriera, Wegner ha progettato più di 500 sedie, ma questa – con il suo disegno inedito – ne celebra la firma più di ogni altra.

4. La 699 Superleggera di Gio Ponti, 1957
Nel museo ideale delle sedie di design più riuscite di tutti i tempi, non può certo mancare la 699 Superleggera di Gio Ponti (1891-1979) per Cassina. Si chiama Super perché segue la Leggera, realizzata qualche anno prima dal celebre architetto e designer milanese. E super (leggera) lo è davvero poiché pesa in tutto solo 1 chilo e 700 grammi! Merito della progettazione attenta a ogni particolare, che coniuga la sapienza artigianale con le necessità della serializzazione. Come il raffinato dettaglio della sezione triangolare delle gambe, che ne alleggerisce il peso complessivo con sofisticata eleganza. Eleganza accentuata anche dalla lieve inclinazione all’indietro dello schienale, che le dona un movimento appena accennato, quasi un vezzo giocoso nell’assoluta sobrietà dell’oggetto. L’aspetto decisamente attuale quasi contrasta con il sedile realizzato in un prezioso intreccio di canne d’India, richiamo esplicito alle sedie di origine vernacolare dalle quali Gio Ponti prende spunto: le cosiddette Chiavarine, dal nome della località di produzione (Chiavari, in Liguria). Eterea eppure robusta, la 699 Superleggera trasforma la tradizione in un esempio di moderna ed eterna armonia.

5. La Tulip di Eero Saarinen, 1956
Approccio da architetto e formazione da scultore, nel 1956 Eero Saarinen (1910-1961) decide di risolvere l’annoso problema del garbuglio di gambe che di solito si crea sotto a tavoli e sedie dotati di quattro piedi. È così che nasce la collezione Pedestal della quale fa parte anche Tulip, la sedia con una base singola in alluminio rivestito, sedile in plastica e cuscino rimovibile. Nella stessa gamma anche un tavolo e una sedia con braccioli con la medesima costruzione lineare e omogenea: il risultato è un’uniformità estetica che conferisce ordine e pulizia visiva all’ambiente.
Per realizzarla, Saarinen produce centinaia di bozzetti e modellini, arrivando a riprodurre persino una stanza in miniatura delle dimensioni di una casa delle bambole.
Questo gli permette di avere la visione d’insieme e di accertarsi che la sua Tulip viva in armonia con lo spazio. E poi, da progettista rigoroso qual è, prima di commercializzare gli arredi per Knoll International, li testa di persona: i primi prototipi vengono disposti nella sua abitazione statunitense dove amici e familiari sono invitati a provarli.
Forma, struttura e proporzioni nuove consacrano la Tulip a vera icona e ne fanno un fiore all’occhiello della produzione di questo gigante del settore.

6. La Panton Chair di Verner Panton, 1967
“La maggior parte delle persone trascorre la propria vita in uno squallido conformismo grigio-beige, con la paura mortale di usare i colori”. Sono parole di Verner Panton (1926-1998), designer danese naturalizzato svizzero che ha invaso il mondo dell’arredamento con colori e geometrie audaci. Tra i suoi arredi più celebri, la leggendaria Panton Chair, ideata all’inizio degli Sessanta ma prodotta da Vitra quasi un decennio dopo, espressione perfetta dello spirito rivoluzionario e anticonformista dell’epoca. Si tratta infatti della prima sedia in plastica monoblocco al mondo, prodotta in materiale sintetico (evoluto nel tempo per renderla più resistente ed economica) dalle tonalità vivaci e brillanti. Il suo aspetto organico, così lontano dalle sedie classiche, attira immediatamente lo sguardo e accoglie perfettamente l’anatomia umana. Il modello, a ben guardare, è lo stesso di un’altra seduta storica, la S33 di Martin Stam (1899-1986), una sedia a sbalzo o a pensilina con andamento curvilineo. Eppure il risultato non potrebbe essere più diverso e più ironico di così: un unico pezzo di polipropilene che si piega a formare schienale, sedile e base, senza gambe.

7. La Silver di Vico Magistretti, 1989
A metà tra la N.14 di Thonet e la Cesca di Marcel Breuer (1902-1981), la Silver di Vico Magistretti (1920-2006) esprime al meglio la filosofia di lavoro dell’architetto e progettista milanese. La semplicità delle cose comuni, per Magistretti, è un dogma, così come la funzionalità senza inutili orpelli: Silver ha un design essenziale, ridotto agli elementi imprescindibili, ma non privo di bellezza, anzi. È proprio la sua estetica minimale, pura – con forme e materiali tradizionali rivisti in chiave moderna – a renderla attuale ancora oggi. Non più faggio curvato, ma tubolare di alluminio o acciaio; non più paglia intrecciata, ma plastica traforata. Quel traforo quadrato che, pare, Magistretti ricava dai cesti per le uova giapponesi, visti tempo prima al mercato di Tokyo: ennesima prova di quanto la vita quotidiana e gli oggetti più umili fossero una continua fonte di osservazione e ispirazione.
Entrata in produzione per De Padova nel 1989, e da allora mai interrotta, non dimostra per niente i suoi anni. La sua estetica senza tempo si sposa benissimo con gli ambienti più classici o contemporanei, formali o informali; e si declina in un sistema completo con versioni con o senza braccioli, girevoli su ruote, impilabili, su panche.

Gli appassionati di design non ce ne vorranno per questa lista parziale e sanno che altrettante ne potremmo citare. Ma è un punto di partenza per chi vuole accomodarsi ed esplorare questo mondo multiforme, dove l’atto di sedersi trascende la pura funzione per sconfinare nell’arte del progetto e della tecnica.



