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Il Chianti si racconta: arte e storia locale al Museo Ghelli di San Casciano

Il Chianti si racconta: arte e storia locale al Museo Ghelli di San Casciano

museo giuliano ghelli san casciano
museo giuliano ghelli san casciano

Arroccato sulle dolci colline del Chianti (nella provincia fiorentina), San Casciano Val di Pesa è un pittoresco borgo medievale, sede di storiche ville, tenute nobiliari e chiese di antica edificazione. Una di queste, la chiesa di Santa Maria del Gesù o del Suffragio, ospita oggi uno dei musei locali più sorprendenti di tutto il territorio: il Museo Ghelli. Qui, reperti archeologici, manufatti di epoca medievale e una vasta collezione di arte sacra convivono insieme al repertorio contemporaneo e al folto corpus di opere di Giuliano Ghelli, autore toscano di fama internazionale. Non facciamoci ingannare dalla facciata anonima della chiesa perché al suo interno si nasconde un patrimonio davvero unico.

La chiesa del Suffragio, da luogo sacro a sede museale

Parte del fascino di questo pregevole museo è dovuto alla sua cornice. La chiesa di Santa Maria del Gesù è infatti parte integrante del percorso di visita e custodisce tavole e sculture risalenti al XV e XVI secolo. Eretta nel Quattrocento dai frati francescani, deve il suo aspetto attuale a ricostruzioni successive. Inizialmente funge da punto di ristoro tra il convento di Fiesole e quello di Poggibonsi, ma viene presto convertito in convento delle clarisse. Nella prima metà del Seicento, il monastero viene rimesso a nuovo e per circa due secoli è dimora delle suore benedettine, poi è soppresso dalle leggi napoleoniche. Da questo momento in avanti la sua funzione cambia sovente: accoglie prima la Compagnia del Suffragio, incaricata del trasporto dei defunti al cimitero; poi un comando militare; e nel 1922 diventa base per i fascisti impegnati nella Marcia su Roma. Durante il Secondo Conflitto Mondiale, la chiesa subisce un bombardamento e negli anni successivi viene ricostruita per intero senza tener conto dell’architettura originale. È a quest’epoca che risalgono il portico esterno – assente nella configurazione seicentesca – e gli spogli ambienti interni . Dopo un periodo in cui la chiesa funge da scuola pubblica, è trasformata in museo di arte sacra; ed oggi è la sede del Museo di San Casciano, che si snoda al suo interno e nelle sale attigue.
Il percorso del Museo si articola in tre sezioni: l’arte sacra, che comprende opere, arredi e paramenti liturgici provenienti da diverse chiese circostanti; l’archeologia, con reperti risalenti all’epoca etrusca e romana del territorio; e infine l’arte contemporanea dedicata principalmente a Giuliano Ghelli (1944-2014) – sancascianese di adozione, al quale il Museo è intitolato – e ad altri nomi di spicco del panorama locale.  

L’arte sacra: 3 opere di grande importanza 

La collezione di arte sacra, corposa e variegata, è distribuita tra gli ambienti della chiesa e le sale al piano terra del museo. Tra manufatti e oggetti di pregio, si distinguono alcune opere in particolare.  

san michele arcangelo e storie della sua leggenda coppo di marcovaldo
San Michele Arcangelo, Coppo di Marcovaldo

San Michele Arcangelo e storie della sua leggenda di Coppo di Marcovaldo

La prima che vogliamo citare è il San Michele Arcangelo e storie della sua leggenda, databile tra il 1250 e il 1260 e attribuita a Coppo di Marcovaldo, il più celebre pittore fiorentino prima di Cimabue e Giotto. Al centro della tavola, un maestoso San Michele – globo crocifero e croce in mano – siede in trono, con abbigliamento e atteggiamento regali. La lunga tunica all’orientale, il suo trattamento grafico e la posizione perfettamente frontale, tradiscono l’influenza bizantina dell’opera. Ai lati del santo assistiamo a sei episodi della sua vita, secondo una lettura che va da destra a sinistra e dall’alto verso il basso. Le scene non hanno ricevuto un’interpretazione unanime, ma tra le più riconoscibili troviamo il Miracolo del toro sul santuario di San Michele nel Gargano (riquadro centrale a destra) dove vediamo il santo con le sembianze di un toro mentre viene cacciato: un’azione carica di tensione nonostante la raffigurazione essenziale. Difatti in quest’opera Coppo di Marcovaldo combina sapientemente la ieraticità della figura centrale con il dinamismo dei pannelli laterali, dando vita a una narrazione di grande equilibrio. 

madonna di vico l'abate ambrogio lorenzetti
Madonna di Vico l’Abate, Ambrogio Lorenzetti

Madonna di Vico l’Abate di Ambrogio Lorenzetti

Proviene dalla vicina Chiesa di Sant’Angelo a Vico l’Abate – la stessa del San Michele di Coppo –  la Madonna di Vico l’Abate (1319), prima opera attestata di Ambrogio Lorenzetti, grande maestro della scuola senese trecentesca. Di vent’anni più giovane di Giotto, Lorenzetti risulta sensibile fin da questa data alle conquiste espressive del maestro fiorentino. La Vergine, seduta su un trono dorato dallo schienale riccamente decorato, appare solida, monumentale, voluminosa, altera nel suo sviluppo frontale verticale. Animata da uno sguardo penetrante e da una gestualità materna, punta gli occhi allo spettatore mentre trattiene con mani forti il piccolo Gesù. Irrequieto, il Bambino sembra volersi divincolare dalla presa della madre e ne cerca lo sguardo, proprio come farebbe un comune neonato. È questa sua capacità di rendere umana e vera questa scena che contraddistingue la bravura di Lorenzetti, da sempre apprezzato per l’originalità e la qualità realistica della sua pittura. 

pilastrino con storie di cristo maestro di cabestany
Pilastrino con storie di Cristo, Maestro di Cabestany

Il pilastrino con le storie della Natività di Cristo del Maestro di Cabestany

Questo piccolo fusto in alabastro calcareo, scolpito nella seconda metà del XII secolo e attribuito al Maestro di Cabestany, custodisce più di un mistero. Non sappiamo dove si trovasse in origine né quale fosse la sua funzione. Le scene scolpite – Annunciazione, Annuncio ai pastori, Natività, Bagno del Bambino – inducono a pensare che fosse a sostegno di un fonte battesimale; altre ipotesi lo ritengono parte di un altare, altre come candelabro per il cero pasquale. Certa è stata la sua funzione di acquasantiera. Anche la sua paternità è stata a lungo discussa e solo di recente è stata attribuita al Maestro di Cabestany (scultore anonimo francese operante fra la Francia, l’Italia e la Spagna). Tra le scene – che paiono fuoriuscire dalla pietra – colpisce quella del Bagno del Bambino, posta ben in evidenza sopra l’Annunciazione, come a indicare una relazione diretta tra purificazione e redenzione. Un dettaglio curioso si nasconde anche nell’Annuncio ai pastori: l’angelo – lo stesso che compare dell’Annunciazione – sveglia il pastore tirandolo per la barba. 

La sezione archeologica e l’imponente Stele dell’arciere 

Al primo piano del Museo la sezione archeologica raccoglie i reperti più rappresentativi emersi dagli scavi condotti nel territorio di San Casciano e della Val di Pesa – compresi bronzetti di età etrusca e preziosi oggetti in avorio e osso – testimoni di oltre mille anni di storia locale. Ad aprire il percorso è il pezzo più importante di questa sezione: la stele etrusca del VII secolo a.C. con la sagoma monumentale di un antico arciere, proveniente dal tumulo funerario che da lui prende il nome, la Tomba dell’Arciere. Ritrovata quasi per caso in località La Collina – dove i lavori agricoli del 1978 fecero riaffiorare le prime pietre lavorate – la tomba conteneva ancora diversi elementi della sepoltura. Tuttavia, a differenza degli altri, la figura dell’arciere è incisa a rilievo bassissimo, appena un centimetro e mezzo.
Il guerriero (o forse un cacciatore) avanza verso destra, l’arco teso e la corda pronta a scoccare la freccia: un’immagine piuttosto rara nell’arte etrusca del periodo.

stele dell'arciere museo di san casciano
Stele dell’arciere

Della lastra originale, che doveva superare i tre metri e mezzo di altezza, è giunta fino a noi solo la parte inferiore, comunque imponente: oltre due metri di pietra per circa venti quintali di peso. Gli studiosi ipotizzano che fosse collocata sulla sommità del tumulo e che sia crollata e si sia spezzata non molto tempo dopo la sua posa; il frammento maggiore venne poi riutilizzato per sigillare definitivamente l’ingresso della tomba.
Ritrovata, la stele restò per decenni nei depositi del Museo Archeologico di Firenze, prima di trovare finalmente casa, all’inizio degli anni Duemila, all’interno del Museo di San Casciano, dove oggi accoglie e meraviglia i visitatori.

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L’arte contemporanea e l’eredità indimenticata di Giuliano Ghelli  

L’ultima tappa del percorso del Museo Giuliano Ghelli è dedicata all’arte contemporanea: una sezione in continua evoluzione, con opere esposte a rotazione, che raccoglie specialmente la produzione di artisti chiantigiani di nascita o d’adozione.
Il cuore della raccolta è naturalmente riservato a Giuliano Ghelli. Accanto a un suo ritratto firmato da Alfredo Futuro, sono esposte la litografia Il Barone Rampante del 2000 e quattro piccoli busti femminili tratti dall’Esercito di Terracotta, il ciclo scultoreo avviato nel 2003 che l’artista amava definire il suo “esercito di pace”. 
Fiorentino di nascita, Giuliano Ghelli (1944-2014) è stato un pittore e scultore autodidatta, la cui ricerca artistica muove dall’informale per approdare, in chiave figurativa, a suggestioni pop e surrealiste. Legatissimo al Chianti fiorentino, dove visse e lavorò per gran parte della sua carriera, ha esposto in Italia e all’estero – da Parigi a New York, da Mosca a Francoforte. Alla sua memoria, nel Maggio 2015 è stato intitolato il museo civico di San Casciano che oggi ne custodisce le opere. 

Non c’è da stupirsi se la Toscana si conferma terra di infinite sorprese, dove ogni piccolo borgo è un importante luogo di storia, arte e cultura, senza considerare i magnifici paesaggi e le ghiotte e irresistibili tradizioni enogastronomiche. Prepara la valigia.

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