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Cosmè Tura e il Rinascimento ferrarese, un nuovo linguaggio alla corte degli Este

Cosmè Tura e il Rinascimento ferrarese, un nuovo linguaggio alla corte degli Este

cosme tura pittore
cosme tura pittore

È stato il maestro del Rinascimento ferrarese, eppure se ne è persa la memoria per secoli e ancora oggi sappiamo molto poco di lui e della sua formazione. Cosmè Tura –  artista poliedrico alla corte estense durante la seconda metà del Quattrocento – ha saputo coniugare il gusto cortese dell’arte gotica con le novità della pittura toscana, dando vita a uno stile personale e distintivo capace di fare scuola. 
Ripercorriamo dunque la vita di questo grande protagonista dell’arte italiana attraverso alcuni dei suoi capolavori più celebri.

La gioventù e l’incarico alla corte degli Este

Nella geografia dei centri culturali rinascimentali, Ferrara emerge come un caso particolare. La sua affermazione è infatti frutto di un programma preciso e sistematico, che passa da Niccolò II d’Este, al successore Alberto V, poi Lionello e soprattutto Borso. Una dinastia impegnata nella costruzione a tavolino di un vivace polo culturale, finanziato direttamente dai signori locali e dunque in grado di riverberarne il prestigio, rivaleggiando con le altre corti italiane. Il monumentale castello in centro città, la nuova università, la presenza di intellettuali di spicco e artisti provenienti da ogni dove (da Pisanello a Jacopo Bellini, ad Andrea Mantegna, Rogier van der Weyden, Piero della Francesca) sono tutte testimonianze di questa volontà di grandezza. 

In questo clima, nasce intorno al 1430 Cosimo di Bonaventura – detto Cosmè Tura – da padre calzolaio. Della sua giovinezza sappiamo poco, ma è molto probabile che, in virtù delle sue già evidenti doti artistiche, tra il 1453 e il 1456 sia stato mandato a studiare a Padova nella bottega di Francesco Squarcione. Da qui passano anche Mantegna (suo coetaneo) e altri numerosi interpreti della pittura di metà Quattrocento, influenzati sia dal perdurare di soluzioni tardogotiche, sia dalla rivoluzione scultorea di Donatello, allora attivo nella città veneta. Un’ambivalenza che Tura riesce a conciliare anche con le richieste (o, verrebbe da dire, i capricci) dei suoi principali committenti, gli Este, che nel 1458 lo ingaggiano come pittore ufficiale e presso i quali rimarrà fino al 1486. 
Paramenti, addobbi per feste, cornici, dorature, decorazioni per bandiere, il “palio” per il vincitore della corsa degli asini, abiti, mobili, coperte, cartoni per arazzi e disegni per stoviglie e altro ancora: la bottega di Cosmè non produce soltanto dipinti ma tutto ciò che può servire alla corte, come confermano i documenti di pagamento dell’epoca. Opere spesso effimere (sono pochissime quelle pervenute fino a noi) che però spiegano, almeno in parte, lo stile pittorico del maestro, votato a una resa materica di grande effetto.      

Lo stile di Cosmè Tura in 3 opere scelte

A chi osserva le rare opere del ferrarese sopravvissute fino ai giorni nostri non può certo sfuggire la loro originalità cromatica, compositiva e grafica, diversa da qualunque altra esperienza rinascimentale. Una cifra stilistica che è stata trasmessa a collaboratori e successori dell’artista-artigiano ma che, con il trasferimento della corte a Modena alla fine Cinquecento, si perde, gettando il ferrarese nell’oblio quasi completo per diverso tempo (persino Vasari1 nelle sue Vite si dimentica quasi di lui, dedicandogli solo un breve passaggio nel capitolo intitolato a Niccolò Baroncelli). Sarà il Settecento e soprattutto l’Ottocento ad accorgersi di nuovo di questa grande personalità dell’arte italiana; la sua carica innovativa è ben evidente anche ai Simbolisti e agli Espressionisti delle Avanguardie storiche, che ne elogiano l’efficacia espressiva. Un rinnovato interesse che ha permesso di recuperare informazioni e studi sull’arte di Cosmè Tura, oggi condensata in pochi ma eloquenti capolavori. 

la primavera cosmè tura
La Primavera, Cosmè Tura

La Primavera (1460 ca.)

Comunemente nota come La Primavera (Londra, National Gallery), raffigura in realtà una delle Muse rappresentate da Tura per la decorazione dello studiolo estense di Belfiore, smembrato con il declino della signoria estense sulla città. Solenne e imperiosa, la Musa di Tura occupa con spigolosa plasticità l’intera tavola. Un trono sormontato e sorretto da sei mostri marini contribuisce all’atmosfera inquietante dell’opera. I volumi sono descritti con inedita asprezza dalle pieghe nette dell’abito, impreziosito dalle maniche intessute d’oro. Il gusto per il decorativo, appreso nel periodo padovano e visibile anche nel festone in alto, è bilanciato qui da una monumentalità che ricorda Piero della Francesca. Il risultato però è una figura lontana dalla serenità dell’aretino, che appare piuttosto misteriosa e tagliente, metallica nelle cromie e nella modellazione.
L’analisi a infrarossi ha confermato ulteriormente la maestria dell’autore nel padroneggiare perfettamente la tecnica a olio e dimostrazione che conosceva bene gli esiti raggiunti negli stessi anni dai colleghi fiamminghi.
Ma chi è la Musa ritratta? L’interpretazione dei simboli presenti nel dipinto ha permesso di identificarla con Calliope, protettrice della poesia. Il ramoscello di ciliegio e le creature marine erano infatti associati alla giustizia, tema a cui era spesso legata anche la poesia. 

San Giorgio e la Principessa e l’Annunciazione (1469 ca.)

Le ante dell’organo del Duomo di Ferrara sono forse l’opera più celebre di Cosmè Tura e ne rivelano tutto l’estro creativo. Si tratta di quattro tele abbinate a due a due e oggi conservate al Museo del Duomo cittadino. Gli sportelli rappresentano vari soggetti, visibili ai fedeli a seconda dell’uso dello strumento: da aperti, raffigurano l’Annunciazione con l’angelo annunciante inginocchiato a sinistra e la Vergine in preghiera a destra. Entrambi sono inseriti in una costruzione prospettica monumentale, fissati in pose congelate, con le vesti scultoree adese al corpo, quasi fossero opera di un fabbro. La quiete della scena è ravvivata, ancora una volta, dalle “interferenze” squarcionesche (i drappi carichi di frutti nella parte superiore, ma anche i bassorilievi dorati delle pareti) e dagli innesti naturalistici dello sfondo – uno spoglio paesaggio sul quale si stagliano le curiose sagome di un volatile e di uno scoiattolo. 

san giorgio e la principessa annunciazione cosmè tura
San Giorgio e la Principessa (sn); L’Annunciazione (ds), Cosmè Tura

Quando le ante erano chiuse, il registro cambiava radicalmente: l’enigmatica tensione percepita nell’incontro biblico esplode in un’azione apertamente violenta e drammatica, al punto da sfiorare il parossismo. San Giorgio, protettore della città, si erge sul suo destriero imbizzarrito e sovrasta, finendolo, il drago. L’enfasi del gesto, la volontà impetuosa del cavaliere e l’espressione atterrita dell’animale sono tra le trovate più incisive della produzione dell’artista, insieme alla principessa della tela accanto. La giovane fugge impaurita – le braccia alzate e la bocca spalancata in un grido di terrore – quasi sfidando il peso plumbeo dell’abito che si solleva in grosse pieghe. I preziosi monili che indossa tradiscono il suo rango e il gusto per le arti decorative dei signori di Ferrara.
La scena, tema cortese per eccellenza, viene così rivisitata in un dinamismo esasperato e coinvolgente, testimonianza dell’immaginazione feconda dell’artista.

Il polittico Roverella (1474)

L’apice della stravaganza raggiunto da Cosmè Tura è probabilmente il Polittico Roverella, dal nome del suo committente, il vescovo Lorenzo Roverella. 
In origine era esposto nella chiesa di San Giorgio fuori le mura di Ferrara ma all’inizio del Settecento un’esplosione ne causa la parziale distruzione: oggi è diviso in vari musei del mondo, tra i quali il Louvre di Parigi e Palazzo Colonna a Roma
La National Gallery di Londra custodisce la pala centrale con la Madonna col Bambino. Alta e stretta, si sviluppa in verticale grazie a un’invenzione suggestiva: un imponente trono a gradini, decorato da una ricca spalliera, e inserito in una nicchia dalla rigorosa prospettiva. Tutto sembra protendersi verso l’alto, compresa la figura della Vergine, allungata quasi all’eccesso mentre bilancia, con la posa appena inclinata del capo, l’abbandono del Bambino che sorregge in grembo. Completa la fitta composizione, una pletora di angeli musicanti le cui vesti bianche e verdi riecheggiano le tinte dell’architettura. 
Anche in questo caso, il mimetismo di Tura è accentuato e turgido: lo si vede bene nell’imitazione dei materiali – marmo e metallo – del trono e nei solidi panneggi che avvolgono i corpi.

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A differenza di altri polittici realizzati dal ferrarese, questo è uno dei più completi e di più facile ricostruzione, tuttavia non mancano lacune e dubbi. Gli storici si stanno ancora interrogando, ad esempio, sulla precisa collocazione di tre tondi con episodi della vita di Cristo conservati in tre diversi musei degli Stati Uniti, e uniti da una evidente coerenza stilistica. 
Totalmente perdute sono, invece, le opere affrescate di Tura che, con ogni probabilità, partecipò – se non in qualità di esecutore quantomeno di direttore artistico – al magnifico ciclo delle stagioni di Palazzo Schifanoia, sempre a Ferrara. Resta solo da immaginare quante altre sfumature del suo linguaggio ferrigno ed espressivo, gotico e toscano insieme, avremmo potuto ammirare. 

1. Artista, architetto e uomo di lettere alla corte dei Medici, Giorgio Vasari (1511-1574), fu anche autore de Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri (edito nel 1550 e nel 1568, con aggiunte), opera fondamentale per la storiografia artistica italiana.

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