Gli esseri umani impastano la terra da sempre: argilla, acqua, aria e fuoco sono gli ingredienti di una tradizione millenaria nata con finalità pratiche. Ma che ben presto accoglie anche suggestioni estetiche. Fin dall’antichità, vasi e altri contenitori vengono decorati con motivi ornamentali, storie mitologiche, allegorie e altri elementi grafici che seguono il gusto del tempo. E, in alcuni casi, diventano essi stessi simbolo di un’epoca, come accade durante il Rinascimento, quando la maiolica italiana non è più sinonimo solo di suppellettili da tavola, ma diventa vero e proprio oggetto da collezione. Nel corso del Cinquecento l’arte della ceramica maiolicata si evolve nelle tecniche, nelle forme e nello stile, dando vita a manufatti stupefacenti – per bellezza, varietà e perizia esecutiva – che ancora oggi incantano gli osservatori.
Cos’è la maiolica e da cosa prende il nome
La maiolica è un tipo di ceramica trattata con uno smalto vetrificante contenente stagno che, applicato sul cosiddetto biscotto – il manufatto in argilla cotto una prima volta – sbianca la superficie rossastra della creta. Questo le permette di essere dipinta con decorazioni policrome, adoperando sostanze ottenute dalla stessa base vetrosa: il blu dal cobalto; il verde dal rame; il bruno-violaceo dal manganese, ecc. La seconda cottura serve ad amalgamare e fissare rivestimento e colori.
Per aumentare la brillantezza, è possibile ricorrere anche alla tecnica a lustro, che prevede un’ulteriore trattamento e una terza cottura.
In Italia si trovano riferimenti al rivestimento stannifero in un trattato di alchimia trecentesco ed è certo che nel Cinquecento questo metallo fosse piuttosto diffuso negli ambienti artigiani, tanto da alimentare il detto “piombo todesco e stagnio fiandresco” (con riferimento al fiorente commercio olandese di stagno inglese, migliore degli altri). Tuttavia, il processo produttivo della maiolica era noto al mondo islamico fin dall’epoca Medievale. Il termine maiolica (o di maiolica) deriva infatti da Maiorca, l’isola della Spagna, all’epoca islamica, dalla quale i vasai moreschi esportavano le proprie creazioni. I motivi orientaleggianti a tinte iridescenti vengono imitati anche dai ceramisti italiani che, col tempo, acquisiscono autonomia compositiva, di forme e di stili.
Il primo Rinascimento, l’età dell’oro della maiolica italiana
La maiolica viene prodotta in diverse aree, distribuite soprattutto al centro/nord e al sud della penisola. Tra le esperienze che precedono la felicissima stagione cinquecentesca, va sicuramente ricordata la maiolica arcaica, tipica di Faenza, Pisa e Orvieto, e caratterizzata dalla bicromia bruno manganese e verde ramina. Vasi, piatti, coppe, albarelli, boccali vengono decorati con figure umane, di animali e piante, ma anche con motivi epigrafici e araldici, spesso legati alle potenti famiglie locali.

Ma la vera innovazione si registra all’inizio del XV secolo, quando viene sviluppato un nuovo smalto, più coprente e brillante, e la palette cromatica si fa più articolata e vivace. Uno sviluppo creativo che avviene in concomitanza con la crescente richiesta di manufatti di pregio da parte delle classi altolocate e dell’abbiente borghesia.
Motivi decorativi e soluzioni tipiche
Il primo Rinascimento risulta così animato da un vocabolario ricco, fatto di stili e famiglie decorative diverse, come fiori e foglie di ispirazione gotica, bizantina e orientaleggiante; ma anche di figure zoomorfe e antropomorfe che attingono sempre più alla realtà naturale circostante.
Tipici di Faenza – fiorente centro produttivo del tempo – sono i motivi a palmetta persiana e a penna di pavone (o Pavona). Quest’ultimo è composto da fasce policrome che ricordano il sontuoso piumaggio del famoso volatile ma sarebbe nato anche come omaggio alla giovane amante del signore della città, Cassandra Pavoni.
La presenza umana si ritrova in prima istanza nei profili delle “belle donne”, di genere amatorio: l’immagine idealizzata dell’amata veniva ritratta su vasellame donato dal novello sposo in occasione delle nozze come simbolo della virtù femminile.

Oltre all’oggettistica da mensa, la maiolica coinvolge anche le superfici orizzontali e verticali, con rivestimenti a pavimento e a parete, e targhe murali.
Una testimonianza esaustiva di questa applicazione e dei molteplici temi ornamentali della maiolica quattrocentesca è il pavimento della cappella Vaselli in San Petronio, a Bologna, eseguito da Pietro Andrea da Faenza e altre maestranze nel 1487. Un “tappeto” di mattonelle esagonali dai colori accesi con un catalogo completo di figure: dalla palmetta persiana, alla penna di pavone, alla foglia gotica accartocciata, alle figure allegoriche. Elementi di grande interesse sono la firma e l’autoritratto del maestro maiolicaro, che vediamo intento a fabbricare piastrelle.

Sebbene sia una produzione minore, non mancano le piccole sculture plastiche, che siano oggetti d’uso comune e soprammobili, con rappresentate scenette tratte dal repertorio moraleggiante, mitologico e cortese tipico dell’epoca. Tra gli esempi più squisiti, il calamaio con la scelta di Paride del Museo di Faenza: a sinistra, il troiano appare abbandonato al sogno, mentre Mercurio solleva il pomo della discordia alle sue spalle e le tre dee rivali – Venere, Giunone e Minerva – attendono sul lato opposto in abiti e acconciature rinascimentali.

Infine, tra le pratiche comuni del periodo, va ricordata anche la zaffera a rilievo, una lavorazione diffusa tra la Romagna e la Toscana che dà al pigmento un particolare spessore plastico. Notevole, per foggia e qualità, l’orciolo conservato al Museo Nazionale del Bargello di Firenze.

Il trionfo cinquecentesco dell’arte applicata
Il Rinascimento maturo, con la sua brama per l’opulenza e le “anticaglie” (vere, presunte o imitate, nucleo fondante di tante Wunderkammer), accoglie con entusiasmo la maiolica a lustro, che dona un’iridescenza metallica – dunque preziosa – ai manufatti in ceramica. Firenze, Deruta, Gubbio e alcune aree del Lazio si distinguono, insieme ai centri già nominati, per una produzione cospicua e raffinata, sensibile alle conquiste pittoriche e capace di evolversi in diversi motivi ornamentali.
Il genere istoriato
Piatti, vasi e scodelle di pregio diventano i supporti ideali per rappresentare episodi biblici, mitologici o di storia romana secondo un genere che verrà chiamato “istoriato”. La narrazione è dettagliata e, con il tempo, sempre più fitta e preponderante: le scene occupano infatti l’intera superficie ceramica, lasciando poco o nessuno spazio vuoto. I modelli grafici sono ricavati da libri illustrati e xilografie e, con l’affermarsi della pittura di Raffaello, anche dalle opere del grande Urbinate.
Risale alla prima metà del Cinquecento, ad esempio, il piatto firmato da Francesco Xanto Avelli (tra i più abili maestri del genere) e oggi al Museo del Bargello, con il soggetto raffaellesco di Giuseppe l’Ebreo. L’uomo è raffigurato mentre fugge dalle lusinghe della moglie di Potifar, come recita l’iscrizione sottostante: “Felice chi spezza i pesanti legami terreni”. La morale prosegue sul retro, che così ammonisce: “Quel savio che ha le voglie sue modeste, non s’intravagli in quei lacci che fanno parer le vite altrui spesso moleste”.
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Le grottesche “raffaellesche”
Al Sanzio è attribuito anche un altro merito: quello di aver portato a maturazione il motivo delle grottesche. Questi decori fantasiosi risalenti all’epoca romana e spesso ispirati al mondo naturale e animale, erano stati riscoperti nella Domus Aurea alla fine del Quattrocento e già adottati da diversi artisti tra i quali Botticelli, Perugino, Signorelli, Pinturicchio, il Ghirlandaio.
Ma è a Raffaello e alla sua bottega che si deve un’ulteriore elaborazione del tema anticheggiante in forme nuove e libere, evoluzioni che influenzano anche la produzione ceramica. Rami, foglie, festoni, creature immaginarie entrano così nel repertorio della maiolica cinquecentesca con esiti di grande vivacità compositiva.

I bianchi di Faenza
Alla versione opulenta e affollata dell’istoriato si contrappone, a partire dalla seconda metà del Cinquecento e per tutto il secolo successivo, un’altra proposta, diversissima per estetica ma altrettanto scenografica. “I bianchi di Faenza” (o “faïence” come erano noti in Europa) prendono il nome dalla loro città di origine e dal loro caratteristico fondo bianco. Le decorazioni sono ridotte, nelle dimensioni e nelle cromie, e il tratto pittorico è veloce, fluido. Un segno essenziale ed elegante – compendiario, secondo la definizione accademica – impreziosito da formati e soluzioni plastiche varie e ardite, con trafori e merletti elaborati. Sarà proprio questo stile, con le sue note di colore misurate ma vibranti, a dare maggiore continuità al prodotto ceramico italiano nelle corti europee, interessate a possedere i manufatti usciti dall’estro e dall’abilità artistica dei maestri vasai mediterranei.

L’epoca rinascimentale certo non esaurisce la storia della maiolica italiana ma, con la sua varietà ed esuberanza, ne rappresenta senz’altro l’apice. Questa è la riprova di quanto le Arti cosiddette Minori – come la ceramica, l’oreficeria ma anche la miniatura – lo sono di nome ma non di fatto.



