Il Premio Orbital Cultura è realizzato in collaborazione con miart, la Fiera Internazionale di Arte Moderna e Contemporanea, per dotare i musei storici italiani di immagini contemporanee e di alta qualità. Come un progetto commissionato come questo si concilia con la pratica artistica e la poetica personale?
Per me è stato un incontro naturale, non una forzatura. Quando mi è stato chiesto di fotografare Villa Reale, il PAC e i loro giardini, ho proposto subito di coniugare gli scatti nella direzione di una continuità con quello che faccio da anni: indagare come la fotografia trasformi i luoghi, non li descriva semplicemente. Fotografare di notte luoghi che normalmente sono molto frequentati di giorno, è un esercizio che porto avanti da molti anni e che mi sorprende sempre.
Sei nata a Stoccolma, tua madre è svedese, ma sei cresciuta e hai studiato a Milano: appartenere a due culture incide sul tuo lavoro?
Incide certamente, anche se è difficile misurarne l’entità. Crescere tra due culture ti abitua a guardare le cose da più di un punto di vista, a non dare per scontato che esistano un’unica cornice o un’unica lettura. Milano è la mia città, ma l’essere nata altrove mi ha probabilmente lasciato una certa disponibilità all’erranza, che ritrovo anche nel mio interesse per le immagini che hanno viaggiato, cambiato contesto, perso la loro “casa” originaria.

Che rapporto hai con la città di Milano e con i luoghi che ti è stato chiesto di fotografare? Qual è la tua prospettiva sugli spazi urbani?
Milano è la città in cui sono cresciuta, in cui ho studiato, in cui vivo e lavoro. La conosco bene, eppure certi suoi luoghi continuano a sorprendermi. Villa Reale e il PAC li ho frequentati molto, ma fotografarli di notte, dal giardino, mi ha costretta a vederli in modo diverso: non come edifici familiari ma come architetture che nel buio cambiano natura. Non mi interessa la descrizione dello spazio urbano: mi interessa il momento in cui uno spazio smette di essere quello che è e diventa altro. È quello che accade con i lunghi tempi di posa, con la notte, con il banco ottico.
Quali sono state le sfide, se tali si possono chiamare, nel documentare questi spazi in notturna e in banco ottico?
Il banco ottico è uno strumento lento, che richiede tempo e pazienza. Di notte, nel mirino non si vede quasi nulla: occorre qualcuno che faccia dei segnali con una torcia per aiutare a mettere a fuoco, e poi si aspetta. I tempi di posa si misurano in minuti, a volte in ore (per uno di questi scatti il tempo di posa era di un’ora e un quarto). Le variabili sono molte – la luce residua, il vento, qualcosa che si muove nell’inquadratura – e facilmente qualcosa va storto. Ma è proprio questa dimensione di attesa e incertezza che mi interessa: il vero lavoro è l’attesa. La fotografia nasce da lì, da quel tempo sospeso in cui non puoi vedere quello che stai fotografando, e scopri il soggetto solo allo sviluppo del negativo.

Le immagini che hai realizzato di Villa Reale, del PAC e dei giardini si inseriscono nella serie Playgrounds. Ci racconti la storia di questo progetto?
Playgrounds è nata nel 2005 da un incontro casuale. Una notte d’inverno stavo passando accanto a un parco giochi sulle Alpi. Faceva molto freddo, e sotto la luce del lampione mi è sembrato di vedere quel luogo in bianco e nero. Ho desiderato coglierne la fissità, la cupezza. Sono tornata la notte successiva con il banco ottico. L’esperienza è stata davvero rivelatrice della natura del mezzo fotografico. I parchi, le piscine vuote, le strutture ludiche di notte perdono la loro funzione e diventano luoghi astratti, sospesi: il colore scompare, i bambini non ci sono, e questi luoghi che di giorno sono rumorosi e gioiosi rivelano un lato più oscuro e silenzioso. È una dimostrazione che tempo e luce, agendo insieme su un materiale fotosensibile, offrono la possibilità di vedere più dell’occhio umano.
Le fotografie che hai realizzato sono cinque immagini notturne, suggestive e cariche di mistero. Invertendo il punto di ripresa – tutte le immagini sono scattate dal giardino, quindi dallo spazio privato “inaccessibile” dei due edifici – ci forzi a una dimensione più intima, più personale, romanticamente voyeuristica. È inevitabile chiedersi chi abita quella finestra illuminata…
Sì, è esattamente quello che mi interessava. Fotografare dal giardino significa stare fuori e guardare dentro: è una posizione che inverte la prospettiva consueta con cui si guarda un edificio pubblico. Villa Reale e il PAC di solito li si guarda da fuori, ci si entra, li si percorre. Io volevo restare al di là della soglia, nello spazio teoricamente inaccessibile, e da lì guardare. Quella finestra illuminata diventa improvvisamente una domanda metafisica. La fotografia non risponde: apre uno spazio di immaginazione. È quella dimensione voyeuristica, come l’avete definita – quella tensione tra il visibile e l’invisibile che è, per me, il cuore di tutta la fotografia.

Come si svolge un progetto di questo tipo? Quanti giorni hai dedicato alle riprese? Quante immagini hai scattato? Quanto tempo è dedicato alla finalizzazione?
Prima di scattare, faccio sempre dei sopralluoghi di giorno: studio la luce, le forme, i possibili punti di ripresa. Poi torno di notte, spesso più di una volta, per vedere come cambia il luogo nell’oscurità. Solo in un terzo momento arrivo con l’attrezzatura e alcuni amici che mi aiutano a illuminare i punti di riferimento per la messa a fuoco. Lavorando con il banco ottico e tempi di posa molto lunghi, per questo progetto ho dedicato tre notti ai due edifici, al parco e ai Sette Savi di Fausto Melotti. Le immagini scattate in totale non sono molte – il grande formato non incoraggia la quantità – ma ogni negativo è il risultato di un’attesa e di una scelta precisa. La fase di finalizzazione è altrettanto lunga: lo sviluppo, la stampa ai sali d’argento, la verifica del risultato.
La giuria ha scritto: “Il suo peculiare metodo di lavoro, che coniuga i ruoli di studiosa, produttrice di immagini, curatrice e collezionista, promuove una costante riflessione sul ruolo dell’artista nel panorama della cultura contemporanea…”
Queste differenti anime interagiscono anche nel realizzare un progetto come questo?
Per me questi ruoli non sono mai separati. Nel caso di questo progetto, che pure è molto fotografico, il dialogo tra questi ruoli era comunque presente: stavo lavorando su luoghi carichi di storia e di significato, inserendo quelle immagini all’interno di una serie in corso da vent’anni. Non potevo farlo senza portare con me tutto quello che so.

Quanto il tuo immaginario produttivo è suggestionato dalla grande attività di ricerca e collezione che porti avanti?
Moltissimo. Aby Warburg parlava di engramma, la “memoria delle cose viste”: un bagaglio visivo culturale che influenza il modo di guardare. Io ho costruito nel tempo un archivio di migliaia di immagini, e questo archivio abita il mio sguardo in modo permanente. È una conversazione continua con la storia del medium.
Uno degli obiettivi del Premio Orbital Cultura è quello di dotare i musei storici italiani di nuove immagini, che vadano oltre la dimensione puramente descrittiva per consegnarci ritratti attuali della nostra civiltà. Che funzione hanno oggi i musei storici italiani e in che modo la fotografia può contribuire alla loro narrazione?
I musei storici italiani custodiscono una stratificazione di tempo e di senso che non ha equivalenti. Il rischio è che quella stratificazione rimanga chiusa in sé stessa, che il museo diventi un monumento anziché un luogo vivo. La fotografia, e in particolare una fotografia che non sia puramente documentaria, può aprire degli squarci: può mostrare quegli spazi in un modo inatteso, restituire la loro complessità materiale e atmosferica, farci vedere quello che lo sguardo quotidiano non coglie.

Ci sono aneddoti o curiosità relativi al Premio o al servizio fotografico che vorresti condividere?
Durante la notte degli scatti, per pura magia, il cielo era talmente terso da permettere di vedere una stellata incredibile anche dal centro di Milano. Sono state bellissime serate, eravamo un bel gruppo di lavoro, abbiamo cercato, abbiamo parlato, abbiamo sperato di azzeccare i tempi di posa, ci siamo divertiti…
Progetti futuri?
Sto continuando a lavorare alla serie Vater, una ricerca fotografica sul Mensur, il duello rituale delle confraternite studentesche in Germania, Austria e Svizzera: un corpus di immagini che va dal 1892 al 1968, con l’aggiunta di alcuni scatti contemporanei. È un progetto che mi sembra urgente mostrare: quegli uomini che ridono mentre il loro volto è deturpato dal sangue mi sembrano una metafora perfetta della violenza del momento storico che attraversiamo. Nel 2027 farò una mostra personale al museo MASI di Lugano, con un progetto che sto sviluppando insieme a Letizia Ragaglia e Francesca Benini.


