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L’arte rompe gli schemi con il passato. Un secolo di rivoluzioni con le Avanguardie storiche

L’arte rompe gli schemi con il passato. Un secolo di rivoluzioni con le Avanguardie storiche

avanguardie artistiche novecento Plein air, 1910, Max Pechstein
avanguardie artistiche novecento Plein air, 1910, Max Pechstein

È noto che gli artisti sono capaci di intercettare e interpretare con anticipo un sentire comune, ancora inespresso nella maggior parte delle persone. È certamente quello che accadde con le Avanguardie del Novecento: una susseguirsi di movimenti culturali che – nei primi anni del secolo scorso – danno voce a un’inquietudine diffusa e propulsiva, segnando irreversibilmente il corso dell’arte e della storia.

L’origine delle Avanguardie artistiche

Il Ventesimo secolo  esordisce in Europa come un momento di grande cambiamento: la borghesia della Belle Époque di matrice ottocentesca, con i suoi fasti apparenti, viene scossa da nuove istanze sociali ed economiche, che porteranno – tra gli altri – al consolidarsi di un nuovo ceto popolare. Le scoperte scientifiche, il progresso industriale con i suoi rapidi sviluppi, le nuove teorie filosofiche e psicologiche: tutto muove verso una dimensione nuova, accompagnata da incertezze e timori. Una vera e propria rivoluzione su più piani che gli intellettuali del tempo (artisti ma anche musicisti e letterati) affrontano con impeto quasi bellicoso: la parola “avanguardie” deriva proprio dal linguaggio politico e militare, dove indica le prime file di soldati, in avvicinamento al nemico, che precedono le truppe.
Animati da questo spirito combattivo, gli artisti avanzano verso la contemporaneità, determinati a rompere ogni legame con il passato – soprattutto con quello recente degli Impressionisti, dominato dal primato della vista e della realtà esterna, colta nei suoi cambiamenti atmosferici e luminosi. L’arte diventa il luogo designato per dare spazio, forma e colore al sentire, a ciò che muove e smuove gli animi. I risultati saranno rivoluzionari e si identificheranno in diversi movimenti, tra i principali: l’Espressionismo, il Cubismo, il Futurismo e il Dada.

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L’Espressionismo tra Fauves e Die Brücke 

Quello che noi oggi definiamo Espressionismo si distingue in due correnti, simili per intenti ma diverse per esiti e collocazione geografica. Alla prima appartiene la triade Henri Matisse, André Derain e Maurice de Vlaminck che nel 1905 espongono i loro dipinti al Salon d’Automne di Parigi scandalizzando la critica. Si guadagnano così l’appellativo dispregiativo di Fauves (belve in francese) per i colori accesi e la violenza con cui trattano la materia pittorica. Alla base delle opere dei Fauves c’è la volontà di riprodurre il mondo non per come appare ma per come è percepito, rinnegando tutti i precedenti canoni formali e compositivi del Neoclassicismo e Romanticismo. Il risultato è una pittura dalle forme semplificate, distorte, fatta di pieni e di vuoti, di dinamismo e tinte forti e in contrasto tra loro. La Dance di Matisse – nella sua prima versione del 1909, oggi al MoMA di New York, ma soprattutto nella seconda del 1910, all’Ermitage di San Pietroburgo – è considerata a buon diritto il capolavoro più rappresentativo dell’Espressionismo francese.

Plein air Max Pechstein
Plein air, Max Pechstein

Anche in Germania, più o meno nello stesso periodo, prende forma Die Brücke (Il Ponte), un movimento che ha simili istanze. Il gruppo nasce ufficialmente nel 1905 a Dresda per poi spostarsi a Berlino poco dopo. Gli artisti che ne fanno parte – Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Karl Schmidt-Rottluff e Fritz Bleyl (allora studenti di architettura) e poi anche Max Pechstein, Emil Nolde e Otto Müller – si discostano apertamente dalla scuola Impressionista e Postimpressionista e recuperano invece il legame con lo stile gotico tedesco. Un’altra fonte di ispirazione è l’arte cosiddetta “primitiva” delle culture extra-europee: gli artisti tedeschi guardano alle maschere e agli oggetti rituali provenienti in quegli anni dall’Africa e dalle Isole del Pacifico e le interpretano come simboli di un linguaggio forte, netto e anti-accademico. Non a caso, i loro primi lavori sono incisioni su legno (xilografie), una pratica quasi dimenticata ma molto potente dal punto di vista espressivo. Anche per loro, come per i colleghi francesi, la stilizzazione estrema delle figure è frutto della proiezione dell’io interiore, di una ricerca di libertà che rifiuta la prospettiva e abbraccia il soggettivismo. Tra i temi ricorrenti troviamo figure di nudo, paesaggi naturali e urbani, ma con una palette – e dunque una connotazione – più ombrosa e inquietante rispetto al côté parigino. Plein air, tela di Pechstein del 1910 (Duisburg, Wilhelm-Lehmbruck Museum), ne è un perfetto esempio.

Il Cubismo

Si deve alla penna di Vauxcelles – lo stesso critico che aveva “battezzato” anche i Fauves – l’invenzione nel 1908 del termine “Cubismo”, con il quale si riferisce ad alcuni dipinti di George Braque, a suo dire composti da cubi. Tuttavia, è Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso (1907, New York, MoMA) ad essere comunemente considerato il manifesto del Cubismo fondato dal duo franco-spagnolo. Sebbene ancora in nuce, Les Demoiselles d’Avignon – che raffigura un gruppo di prostitute in un bordello di Avignone, ciascuna da punti di vista diversi ricomposti insieme in uno spazio bidimensionale – contiene già i capisaldi del movimento, come la resa spigolosa e lineare dei volumi, il richiamo diretto all’arte di Cézanne e a quella africana, l’allontanamento da una riproduzione mimetica e fedele del reale. 

Les demoiselles d’Avignon Pablo Picasso
Les demoiselles d’Avignon, Pablo Picasso

Con il tempo il Cubismo muta e così le sue fasi. Il periodo formativo: tra il 1907 e il 1909, questo nuovo linguaggio si afferma ed è difficile distinguere la mano di Picasso da quella di Braque; il cubismo analitico: dal 1910 al 1912 circa, la scomposizione in forme geometriche ambigue è sempre più accentuata; e infine il cubismo sintetico (1912-1914 ca.), che introduce elementi presi dal mondo esterno, veri e propri collage, superando così il limite bidimensionale della tela. In questa fase, la scompaginazione del mondo esterno viene portata al massimo grado: lo spettatore è chiamato direttamente a ricomporlo, a ricostruire i piani prospettici (aboliti dagli autori) e a “leggerlo” nella sua mente quasi in senso letterale, attraverso parole e pezzi di giornale. 

Il Futurismo

Un impeto nuovo e altrettanto potente attraversa anche l’Italia ma con un segno molto diverso rispetto alle esperienze d’Oltralpe: il Futurismo. È il poeta Filippo Tommaso Marinetti a decretarne la nascita quando, il 20 febbraio 1909, pubblica Il manifesto Futurista sul quotidiano francese Le Figaro. Il Futurismo si presenta così come un programma socio-culturale di ampio respiro, pronto a invadere il mondo delle lettere, dell’arte, dell’architettura, della musica, del teatro e del cinema. Nato prima del fascismo, il Futurismo del primo dopoguerra manifesta svariate assonanze con l’ideologia politica mussoliniana come il fervente patriottismo, l’interventismo, l’esaltazione della violenza e della guerra come soluzione per il cambiamento. 
La produzione di Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini – solo per citarne alcuni – ha come centro la fascinazione per la modernità e il superamento del passato (da cui il nome); il progresso tecnologico, l’ambiente urbano e la luce elettrica; l’attrazione per la velocità e il dinamismo. Anche i rapporti con il Cubismo sono, almeno in una fase iniziale, piuttosto espliciti e motivati dalla frequentazione parigina di alcuni esponenti futuristi. 

Forme uniche della continuità nello spazio Umberto Boccioni
Forme uniche della continuità nello spazio, Umberto Boccioni

Luce e movimento sono gli elementi del pensiero futurista, che siano dipinti o scolpiti: Forme uniche nella continuità dello spazio di Boccioni (1913, Milano, Museo del Novecento) è considerato uno dei capolavori del Futurismo, il raggiungimento di una fluidità simultanea e materica che rende la figura a metà tra uomo e macchina. Lo spettatore assiste così al suo farsi, al succedere dell’azione nello spazio.  

Il Dadaismo

Proprio alle serate futuriste guardano i dadaisti quando, nel 1916 a Zurigo, danno vita al Cabaret Voltaire, luogo di incontro e di spettacolo anticonformista. Anticonformista il Dada lo è per davvero, fin dal nome che, secondo la leggenda, sarebbe stato scelto aprendo casualmente le pagine di un dizionario franco-tedesco. La parola francese dada (cavallo a dondolo) sembra perfetta al gruppo di artisti che la elegge a simbolo appropriato per le sue creazioni antiestetiche e le attività di protesta, generate dal disgusto per i valori borghesi e dalla condanna della Grande Guerra. Un aperto rifiuto per l’arte intesa in senso tradizionale è ciò che accomuna Jean Arp, Richard Hülsenbeck, Tristan Tzara, Marcel Janco e Emmy Hennings nei loro fotomontaggi, collage e altri manufatti realizzati con materiali di recupero.

Fontaine Marcel Duchamp
Fontaine, Marcel Duchamp

Alla compagine europea fa presto da contraltare anche la versione USA del Dadaismo, capeggiata dal francese naturalizzato americano Marcel Duchamp e connotata da una vena più ironica e sovversiva. È all’interno del movimento Dada che nascono i ready-made: oggetti già pronti, banali e privi di valore, rimossi dal loro contesto ed elevati al ruolo di opere d’arte. Un concetto destinato a rivoluzionare l’arte novecentesca, con ricadute ideologiche e di forma. Duchamp, come anche Man Ray e Francis Picabia, mettono in discussione il senso stesso dell’arte, contestando il sistema dall’interno. Fontaine è, da questo punto di vista, un caso emblematico: realizzata da Duchamp nel 1917, è un comune orinatoio ruotato e firmato con le iniziali del suo pseudonimo (R.Mutt). L’autore la propone a una fiera d’arte che in risposta si rifiuta di esporla. Da quel momento se ne perdono le tracce, tranne che per un’unica foto scattata da Alfred Stieglitz, fotografo e gallerista amico di Duchamp. Le versioni che vediamo oggi nei musei del mondo sono copie che Duchamp negli anni Cinquanta autentica e rimette su un mercato finalmente pronto a comprenderle. 

Tutte le Avanguardie storiche che oggi abbiamo raccontato e quelle che ci dispiace di aver escluso (l’Astrattismo di Wassily Kandinsky, il Surrealismo di André Breton), hanno contribuito in maniera eccezionale alla storia culturale dell’Occidente. I loro presupposti teorici e le loro conquiste pratiche hanno influenzato e continuano a ispirare generazioni di artisti e intellettuali, con le loro idee sempre attuali e dirompenti. 

Se questa lettura ti ha incuriosito e ti ha acceso ti consigliamo un viaggio a Verona per visitare Palazzo Maffei: la collezione, cospicua e suggestiva, offre una panoramica completa della varietà di esperienze e soluzioni raggiunte dagli avanguardisti.

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