È noto che gli artisti sono capaci di intercettare e interpretare con anticipo un sentire comune, ancora inespresso nella maggior parte delle persone. È certamente quello che accadde con le Avanguardie del Novecento: una susseguirsi di movimenti culturali che – nei primi anni del secolo scorso – danno voce a un’inquietudine diffusa e propulsiva, segnando irreversibilmente il corso dell’arte e della storia.
L’origine delle Avanguardie artistiche
Il Ventesimo secolo esordisce in Europa come un momento di grande cambiamento: la borghesia della Belle Époque di matrice ottocentesca, con i suoi fasti apparenti, viene scossa da nuove istanze sociali ed economiche, che porteranno – tra gli altri – al consolidarsi di un nuovo ceto popolare. Le scoperte scientifiche, il progresso industriale con i suoi rapidi sviluppi, le nuove teorie filosofiche e psicologiche: tutto muove verso una dimensione nuova, accompagnata da incertezze e timori. Una vera e propria rivoluzione su più piani che gli intellettuali del tempo (artisti ma anche musicisti e letterati) affrontano con impeto quasi bellicoso: la parola “avanguardie” deriva proprio dal linguaggio politico e militare, dove indica le prime file di soldati, in avvicinamento al nemico, che precedono le truppe.
Animati da questo spirito combattivo, gli artisti avanzano verso la contemporaneità, determinati a rompere ogni legame con il passato – soprattutto con quello recente degli Impressionisti, dominato dal primato della vista e della realtà esterna, colta nei suoi cambiamenti atmosferici e luminosi. L’arte diventa il luogo designato per dare spazio, forma e colore al sentire, a ciò che muove e smuove gli animi. I risultati saranno rivoluzionari e si identificheranno in diversi movimenti, tra i principali: l’Espressionismo, il Cubismo, il Futurismo e il Dada.
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L’Espressionismo tra Fauves e Die Brücke
Quello che noi oggi definiamo Espressionismo si distingue in due correnti, simili per intenti ma diverse per esiti e collocazione geografica. Alla prima appartiene la triade Henri Matisse, André Derain e Maurice de Vlaminck che nel 1905 espongono i loro dipinti al Salon d’Automne di Parigi scandalizzando la critica. Si guadagnano così l’appellativo dispregiativo di Fauves (belve in francese) per i colori accesi e la violenza con cui trattano la materia pittorica. Alla base delle opere dei Fauves c’è la volontà di riprodurre il mondo non per come appare ma per come è percepito, rinnegando tutti i precedenti canoni formali e compositivi del Neoclassicismo e Romanticismo. Il risultato è una pittura dalle forme semplificate, distorte, fatta di pieni e di vuoti, di dinamismo e tinte forti e in contrasto tra loro. La Dance di Matisse – nella sua prima versione del 1909, oggi al MoMA di New York, ma soprattutto nella seconda del 1910, all’Ermitage di San Pietroburgo – è considerata a buon diritto il capolavoro più rappresentativo dell’Espressionismo francese.

Anche in Germania, più o meno nello stesso periodo, prende forma Die Brücke (Il Ponte), un movimento che ha simili istanze. Il gruppo nasce ufficialmente nel 1905 a Dresda per poi spostarsi a Berlino poco dopo. Gli artisti che ne fanno parte – Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Karl Schmidt-Rottluff e Fritz Bleyl (allora studenti di architettura) e poi anche Max Pechstein, Emil Nolde e Otto Müller – si discostano apertamente dalla scuola Impressionista e Postimpressionista e recuperano invece il legame con lo stile gotico tedesco. Un’altra fonte di ispirazione è l’arte cosiddetta “primitiva” delle culture extra-europee: gli artisti tedeschi guardano alle maschere e agli oggetti rituali provenienti in quegli anni dall’Africa e dalle Isole del Pacifico e le interpretano come simboli di un linguaggio forte, netto e anti-accademico. Non a caso, i loro primi lavori sono incisioni su legno (xilografie), una pratica quasi dimenticata ma molto potente dal punto di vista espressivo. Anche per loro, come per i colleghi francesi, la stilizzazione estrema delle figure è frutto della proiezione dell’io interiore, di una ricerca di libertà che rifiuta la prospettiva e abbraccia il soggettivismo. Tra i temi ricorrenti troviamo figure di nudo, paesaggi naturali e urbani, ma con una palette – e dunque una connotazione – più ombrosa e inquietante rispetto al côté parigino. Plein air, tela di Pechstein del 1910 (Duisburg, Wilhelm-Lehmbruck Museum), ne è un perfetto esempio.
Il Cubismo
Si deve alla penna di Vauxcelles – lo stesso critico che aveva “battezzato” anche i Fauves – l’invenzione nel 1908 del termine “Cubismo”, con il quale si riferisce ad alcuni dipinti di George Braque, a suo dire composti da cubi. Tuttavia, è Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso (1907, New York, MoMA) ad essere comunemente considerato il manifesto del Cubismo fondato dal duo franco-spagnolo. Sebbene ancora in nuce, Les Demoiselles d’Avignon – che raffigura un gruppo di prostitute in un bordello di Avignone, ciascuna da punti di vista diversi ricomposti insieme in uno spazio bidimensionale – contiene già i capisaldi del movimento, come la resa spigolosa e lineare dei volumi, il richiamo diretto all’arte di Cézanne e a quella africana, l’allontanamento da una riproduzione mimetica e fedele del reale.

Con il tempo il Cubismo muta e così le sue fasi. Il periodo formativo: tra il 1907 e il 1909, questo nuovo linguaggio si afferma ed è difficile distinguere la mano di Picasso da quella di Braque; il cubismo analitico: dal 1910 al 1912 circa, la scomposizione in forme geometriche ambigue è sempre più accentuata; e infine il cubismo sintetico (1912-1914 ca.), che introduce elementi presi dal mondo esterno, veri e propri collage, superando così il limite bidimensionale della tela. In questa fase, la scompaginazione del mondo esterno viene portata al massimo grado: lo spettatore è chiamato direttamente a ricomporlo, a ricostruire i piani prospettici (aboliti dagli autori) e a “leggerlo” nella sua mente quasi in senso letterale, attraverso parole e pezzi di giornale.
Il Futurismo
Un impeto nuovo e altrettanto potente attraversa anche l’Italia ma con un segno molto diverso rispetto alle esperienze d’Oltralpe: il Futurismo. È il poeta Filippo Tommaso Marinetti a decretarne la nascita quando, il 20 febbraio 1909, pubblica Il manifesto Futurista sul quotidiano francese Le Figaro. Il Futurismo si presenta così come un programma socio-culturale di ampio respiro, pronto a invadere il mondo delle lettere, dell’arte, dell’architettura, della musica, del teatro e del cinema. Nato prima del fascismo, il Futurismo del primo dopoguerra manifesta svariate assonanze con l’ideologia politica mussoliniana come il fervente patriottismo, l’interventismo, l’esaltazione della violenza e della guerra come soluzione per il cambiamento.
La produzione di Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini – solo per citarne alcuni – ha come centro la fascinazione per la modernità e il superamento del passato (da cui il nome); il progresso tecnologico, l’ambiente urbano e la luce elettrica; l’attrazione per la velocità e il dinamismo. Anche i rapporti con il Cubismo sono, almeno in una fase iniziale, piuttosto espliciti e motivati dalla frequentazione parigina di alcuni esponenti futuristi.

Luce e movimento sono gli elementi del pensiero futurista, che siano dipinti o scolpiti: Forme uniche nella continuità dello spazio di Boccioni (1913, Milano, Museo del Novecento) è considerato uno dei capolavori del Futurismo, il raggiungimento di una fluidità simultanea e materica che rende la figura a metà tra uomo e macchina. Lo spettatore assiste così al suo farsi, al succedere dell’azione nello spazio.
Il Dadaismo
Proprio alle serate futuriste guardano i dadaisti quando, nel 1916 a Zurigo, danno vita al Cabaret Voltaire, luogo di incontro e di spettacolo anticonformista. Anticonformista il Dada lo è per davvero, fin dal nome che, secondo la leggenda, sarebbe stato scelto aprendo casualmente le pagine di un dizionario franco-tedesco. La parola francese dada (cavallo a dondolo) sembra perfetta al gruppo di artisti che la elegge a simbolo appropriato per le sue creazioni antiestetiche e le attività di protesta, generate dal disgusto per i valori borghesi e dalla condanna della Grande Guerra. Un aperto rifiuto per l’arte intesa in senso tradizionale è ciò che accomuna Jean Arp, Richard Hülsenbeck, Tristan Tzara, Marcel Janco e Emmy Hennings nei loro fotomontaggi, collage e altri manufatti realizzati con materiali di recupero.

Alla compagine europea fa presto da contraltare anche la versione USA del Dadaismo, capeggiata dal francese naturalizzato americano Marcel Duchamp e connotata da una vena più ironica e sovversiva. È all’interno del movimento Dada che nascono i ready-made: oggetti già pronti, banali e privi di valore, rimossi dal loro contesto ed elevati al ruolo di opere d’arte. Un concetto destinato a rivoluzionare l’arte novecentesca, con ricadute ideologiche e di forma. Duchamp, come anche Man Ray e Francis Picabia, mettono in discussione il senso stesso dell’arte, contestando il sistema dall’interno. Fontaine è, da questo punto di vista, un caso emblematico: realizzata da Duchamp nel 1917, è un comune orinatoio ruotato e firmato con le iniziali del suo pseudonimo (R.Mutt). L’autore la propone a una fiera d’arte che in risposta si rifiuta di esporla. Da quel momento se ne perdono le tracce, tranne che per un’unica foto scattata da Alfred Stieglitz, fotografo e gallerista amico di Duchamp. Le versioni che vediamo oggi nei musei del mondo sono copie che Duchamp negli anni Cinquanta autentica e rimette su un mercato finalmente pronto a comprenderle.
Tutte le Avanguardie storiche che oggi abbiamo raccontato e quelle che ci dispiace di aver escluso (l’Astrattismo di Wassily Kandinsky, il Surrealismo di André Breton), hanno contribuito in maniera eccezionale alla storia culturale dell’Occidente. I loro presupposti teorici e le loro conquiste pratiche hanno influenzato e continuano a ispirare generazioni di artisti e intellettuali, con le loro idee sempre attuali e dirompenti.
Se questa lettura ti ha incuriosito e ti ha acceso ti consigliamo un viaggio a Verona per visitare Palazzo Maffei: la collezione, cospicua e suggestiva, offre una panoramica completa della varietà di esperienze e soluzioni raggiunte dagli avanguardisti.



